“Caffè di Natale” di Rocco Ruggiero

La storia del caffè raccontata da un nostro lettore

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Caffè di Natale

(Tessere sparse di colorito mosaico)

Quando gli dei governavano il mondo, gli uomini attribuivano loro i desideri umani più riposti: l’incorruttibilità dalla morte, l’eterna giovinezza, la conoscenza dello sguardo e il regime alimentare: nettare e ambrosia. Ogni tanto, solo per gradire, qualche sniffata di fumo di ossa e pelli di animali.

Niente caffè, niente cioccolato.

Si poteva vivere a lungo con una dieta sballata come quella? Certo che no!

Ed infatti! A lungo andare gli dei muiono e gli uomini li seppelliscono, e senza neppure un funerale che li accompagni!

Dopo la loro dipartita l’umanità impara la lezione: se l’eterna giovinezza è impossibile desiderio si può vivere ugualmente bene e più a lungo trattandosi solo un pò meglio.

Si trasferisce quindi lo sguardo dall’Olimpo al cielo e si comincia a guardare il mondo con occhio più smaliziato.

A un certo punto si scopre che, la bacca di una pianta, sapientemente trattata, dà una bevanda (“qhawa”) niente male, e che per di più, potenzia e stimola i sensi, desta l’attenzione e mantiene sveglia la mente.

La scoperta è straordinaria. I monaci bevono l’infuso per stare svegli durante le lunghe notti di preghiera e i laici – anche loro! – lo consumo nelle caffetterie appositamente allestite: a Costantinopoli, Aleppo e Damasco. Il successo dei nuovi locali è strepitoso – e questo è male –perchè distolgono le masse dai luoghi di culto e di preghiera.

Arrivano perciò le prime denunce dei religiosi e il “vino degli arabi, “bevuto al posto dell’alcol, diventa improvvisamente “vino del diavolo”.

Alla fine del XVII° sec. il caffè traghetta in Europa e la sua accoglienza è travolgente.

Nascono i primi caffè storici: il Procope a Parigi, il Florian a Venezia, il Pedrocchi a Padova, il Tommaseo a Trieste, il Campari a Milano, il caffè Greco a Roma e il Gambrinus a Napoli.

Anche qui, però, il caffè non ha vita facile, presto dovrà difendersi dalle accuse più infamanti: la forma del chicco richiama alla mente scandalose identità di genere e il suo derivato è un “pericoloso eccitante “che riscalda il sangue”.

E’ sospettato inoltre, assieme ad altri coimputati (il tabacco, l’oppio e il vino) di essere uno dei “quattro ministri del demonio”.

Si arriva a invocarne persino l’anatema, e qualcuno ne chiede la scomunica al Papa Clemente VIII. Il “Sant’uomo” prima di bandirlo volle assaggiarlo di persona e dopo averlo bevuto ne fu così favorevolmente colpito che non solo decise di non metterlo al bando, ma “lo volle battezzare rendendolo una bevanda cristiana”.

Dopo tante controversie si pronuncia finalmente la scienza: “Il caffè è un veleno, coloro che lo bevono, il giorno del Giudizio Universale usciranno dalle tombe neri come i fondi del caffè”.

Il Re d’Inghilterra non ha di queste preoccupazioni, le sue sono di ben altra natura: meno metafisiche e più terrene. Sospetta, infatti, che le botteghe del caffè siano luoghi di “manifestazioni sediziose, e perciò, ne ordina l’immediata chiusura”. Tièh ! così imparano a complottare.

Gustavo III Re di Svezia, qualche problema con il caffè c’è l ‘ha anche lui. Deve dirimere la discordia scoppiata tra il suo popolo, diviso tra la bontà del thè e quella del caffè. Personalmente, egli non ha certezze sull’argomento, decide quindi di affidarsi ad un esperimento sulla pelle di due fratelli condannati a morte.

Per portare a termine la prova, la pena sarà commutata nel carcere a vita; con queste modalità: ad uno dei fratelli sarà dato da bere solo thè, all’altro solo caffè. Morì prima il Re, poi i medici che li controllavano e infine i giudici che li avevano condannati, mentre quello che beveva solo thè morì dopo più di cinquant’anni dall’inizio dell’esperimento, quando oramai era più che ottantenne. Quello che sorseggiava solo caffè morì dopo oltre cento anni.

Il vento tornava a spirare dal punto dal quale era partito. Si riscopriva ciò che i monaci del XV° sec. avevano già scoperto, ovverosia, che il caffè “ha il potere di risvegliare la mente, renderla più pronta e critica, dare al pensiero lucidità, forza e chiarezza”.

Circondato ormai da chiara fama, diventa dono d’amore e d’amicizia, e i corteggiatori prendono l’abitudine di inviare alle proprie innamorate vassoi colmi di caffè e cioccolata.

Si dettano anche le ricette giuste per un buon caffè: “caldo come l’inferno, nero come il diavolo, puro come un angelo e dolce come l’amore”.

Dopo averlo bevuto, se si vuole, sul fondo della tazzina potete leggerci anche il vostro futuro. Se non dovesse piacervi, potete riprovarci con altre tazzine ancora. Qualora foste sfigati, ma proprio sfigati, consolatevi con l’aroma rimasto in bocca.

A Natale, dopo averlo bevuto nella ‘notte santa’, addolcitevi il cuore con la buona novella, e con animo mondo di scorie passate, con voce fatata tutti insieme osanniamo:

Sia gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà”.

Rocco Ruggiero