Shoah, De Simone: «Ricordare per scongiurare un nuovo orrore»

Il fratello del piccolo Sergio, deportato nel campo di Auschwitz, in visita a Palmi agli alunni della primaria "De Zerbi"

In occasione della registrazione di un cortometraggio sulla Shoah, il signor Mario De Simone, fratello del piccolo Sergio deportato ad Auschwitz con le cugine Andra e Tati Bucci e morto a causa di esperimenti ordinati dal dottor Mengele, ha incontrato la classe V A della scuola primaria “De Zerbi” di Palmi, portando la propria testimonianza storica della deportazione del fratello e della famiglia nei campi di concentramento.

«Mia madre, Gisella Perlow, era di cultura ebraica ed era andata a Fiume, città di origine, per rifugiarsi dalla sorella, madre di Andra e Tati Bucci, portando con sé Sergio di soli 6 anni, e mio padre era capitano di marina e anche lui si trovava in guerra a combattere. Per questi motivi la mia famiglia è stata arrestata dai tedeschi. Era il 21 Marzo 1944, in piena Seconda guerra mondiale».

A raccontarlo è proprio Mario De Simone, davanti ai bambini che increduli ascoltano le sue parole, domandandosi il perché di così tanto odio nei confronti di esseri umani.

«Una volta individuati, furono traditi arrestati e deportati ad Auschwitz; lì vennero separati i bambini dai genitori, mentre mia nonna andò subito nelle camere a gas. Fortunatamente Andra e Tati riuscirono a resistere si salvarono e riuscirono a tornare a casa, e questo successe quasi per miracolo, perché in quel periodo venivano eseguiti degli esperimenti sugli esseri umani e per quello della tubercolosi avevano bisogni di 20 bambini – racconta De Simone – Mio fratello e gli altri furono tratti in inganno dalla Capò che chiese chi volesse vedere la mamma e Sergio, bambino piccolo di 7 anni, si fece avanti e fu preso. Le mie cugine si salvarono perché un’altra Capò le aveva prese in simpatia e le aveva avvertite di non farsi avanti; provarono ad avvertire mio fratello ma era piccolo e desideroso di vedere la mamma».

Una volta portato in un campo di concentramento di Neuengamme il fratello di Mario De Simone fu sottoposto ad esperimenti, ma finita la guerra uccisero tutti e 20 i bambini. I documenti, anziché essere bruciati, furono messi in una scatola di latta e sotterrati. Vennero poi alla luce con i nomi di tutti, tra cui quello del piccolo De Simone, e avvertirono la famiglia.

«Io – prosegue De Simone –  sono nato quando mia madre tornò dal campo di concentramento e mio padre dal fronte: a lungo abbiamo pensato e sperato che mio fratello fosse vivo da qualche parte. Quando ci chiamarono per andare ad Amburgo invece ci fecero vedere i documenti e ci raccontarono la fine che aveva fatto il piccolo Sergio. Mia madre inizialmente si rifiutò di credere a ciò che ci raccontarono ma quando tornò a casa si abbandonò e morì per il dolore».

Una tragedia nella tragedia, un dolore che ancora oggi fatica a farsi lieve perché gli orrori di una guerra, le sue conseguenze, i drammi vissuti sulla propria pelle, non vanno via facilmente ma rimangono scolpiti in quella memoria che oggi più che mai è invocata affinché la società non dimentichi e ripeta simili errori che hanno portato alla barbarie più crudele dell’epoca contemporanea.

«La memoria ci aiuta a non dimenticare e ricadere negli stessi errori fatti in quegli anni in cui tanti innocenti morirono per il solo fatto di appartenere alla cultura ebraica per mano di gente crudele. Ricordando la storia di mio fratello mi auguro che queste cose non accadano mai più», ha concluso De Simone.