Niente lockdown, né mascherina: Elena Pucci ci racconta la Svezia che affronta la pandemia controcorrente

«Nessuna imposizione poiché la cultura svedese è basata su un rapporto di fiducia reciproca tra lo Stato e i cittadini e sul rispetto diligente delle regole»

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Elena Pucci, originaria di Palmi, lavora in Svezia, da più di 10 anni; da 6 anni vive a Stoccolma dove lavora – insieme al marito – nell’azienda di telecomunicazioni “Ericsson”. Sono entrambi ingegneri.

Lì la pandemia è arrivata da diversi mesi, i primi casi si sono presentati a fine Febbraio scorso e al momento di parla di circa 33mila 200 contagiati, di cui poco più di 11mila nella regione di Stoccolma, quella con il focolaio più numeroos.

«Il governo svedese – racconta Elena – fin da subito ha reagito in maniera diversa rispetto agli altri Paesi europei, senza applicare un lockdown forzato e iniziando a dare solo raccomandazioni generiche come lavarsi le mani spesso, mantenere le distanze sociali, evitare di viaggiare e lavorare da casa. Con l’aumentare dei casi, sono state introdotte delle poche regole tuttora presenti, tipo evitare gli assembramenti maggiori di 50 persone e la possibilità di servire solo ai tavoli distanziati nei ristoranti. Per il resto l’approccio si basa sul lasciar diffondere il virus lentamente, per non sovraccaricare il sistema sanitario, cercando di proteggere le persone più a rischio, come più volte dichiarato da Anders Tegnell, epidemiologo di stato e ideatore della strategia svedese».

Ma al momento, purtroppo, sembra che la Svezia non sia riuscita a contenere il virus, né a proteggere le fasce più a rischio: la maggior parte dei decessi registrati per causa Covid risultano essere anziani provenienti maggiormente dalle case di cura.

Nel Paese, nel frattempo, tutte le attività rimangono aperte, comprese le scuole e gli asili, ad eccezione di università e scuole superiori che hanno introdotto le lezioni a distanza.

«Altre differenze con gli altri Paesi europei sono le linee guida predisposte dall’Agenzia di Sanità Pubblica – ci dice ancora Elena – Stare in casa solo se malati con sintomi, rientrare al lavoro solo dopo due giorni dalla scomparsa dei sintomi. Nessun riferimento invece a misure di protezione personale come l’uso di mascherine e guanti. Difficilmente vedi in giro a Stoccolma svedesi che usano la mascherina, e i pochi che la usano sono per la maggior parte stranieri».

Quanto ai controlli sanitari, «i tamponi vengono solo fatti al personale sanitario e a chi viene ricoverato in ospedale, quindi purtroppo non è ancora chiaro quanto sia diffuso in giro il virus e qual è la percentuale di popolazione che l’ha contratto.  C’è anche da dire però che ultimamente il governo sta aumentando i controlli sierologici a campione e anche il numero di tamponi».

Nelle ultime settimane, però, l’incremento medio settimanale dei nuovi casi è più o meno costante, con una recente diminuzione dei casi in terapia intensiva.

«La cultura svedese è basata su un profondo rapporto di fiducia reciproca tra lo Stato e i cittadini e sul rispetto diligente delle regole – prosegue Elena – Ne è dimostrazione il fatto che la maggior parte delle linee guida sono solo raccomandazioni, e non leggi imposte, basate sul senso di responsabilità civile personale e collettiva. Anche la bassa densità di popolazione sul territorio svedese contribuisce ad una diffusione lenta e ridotta nel resto del Paese, basti pensare che la maggior parte dei contagi e dei decessi sono registrati per di più nella regione di Stoccolma, la capitale, che ha un maggior numero di abitanti per km quadrato».

Elena e la sua famiglia si trovano in isolamento volontario da quasi due mesi; si esce solo per spesa e passeggiate vicino a casa, evitando mezzi pubblici e mantenendo le distanze sociali. L’azienda in cui lavorano Elena ed il marito ha intrapreso lo smart working, permettendo ad entrambi di lavorare da casa.

«Molte persone all’inizio della pandemia si sono messe in auto isolamento come noi, seppur non forzato dal governo – conclude Elena – Nelle ultime settimane, si vede più gente in giro, anche causa la primavera e le lunghe giornate di luce che hanno preso il posto dei lunghi mesi di buio invernale. Ovviamente ci sono state molte critiche sull’approccio svedese all’estero, anche dai vicini Paesi nordici che hanno adottato strategie più vicine al lockdown, con numeri di decessi fino a ora inferiori a quelli della Svezia. Persino il popolo svedese si è diviso all’inizio, con molti esperti e scienziati che si sono chiaramente schierati contro le direttive governative. Le ultime statistiche però mostrano un crescente sostegno dei cittadini verso la strategia attuale, che tende pure a sostenere l’economia. Bisognerà aspettare ancora un po’ di mesi per capire se l’approccio svedese è risultato sostenibile contro la diffusione del virus nel tempo, purtroppo per ora le stesse autorità svedesi hanno dichiarato di non aver protetto a sufficienza le categorie più a rischio».