La dote

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Seduta sotto un albero di pesche, cercava riparo e sollievo. Dopo una lunga mattinata di lavoro se ne stava assorta fra i pensieri che l’avevano tenuta sveglia per l’intera notte.

 Giacomina aveva da maritare la figlia e doveva saldare il debito per l’acquisto della dote, presso la bottega della Signora Mimmetta.

Doveva lavorare duramente in quella stagione. E sperava che le cose si aggiustassero nel più breve tempo possibile. Ma non fu così.

«Non era per lei … lo dicevo io … Non era il ragazzo adatto a lei». Con voce rauca, per via del venticello che aveva allietato la giornata precedente, Don Peppino avanzava lungo il viale.

«Sa fuiu … sa fuiu…». Giacomina, alzatasi da terra, raggiunge con passo veloce il marito, chiedendogli perché ripeteva quelle parole.

«Un biglietto lasciò e se ne andò, lasciando Caterina».

Ecco perché, da qualche giorno non si faceva vedere in giro. Né per i vigneti né per gli oliveti di famiglia. Era solo una scusa.

«E adesso, chi pagherà il debito? Disgraziato lui e tutta la sua famiglia».

Giacomina non sapeva che il debito lo aveva già saldato la figlia.

Eh già, infatti. Da qualche tempo, lei stessa, aveva capito che quel farabutto aveva una storia con la figlia della signora Mimmetta, e per non dare dispiacere alla sua famiglia, decise di pagarlo lei.

Di ragazze come lei, in giro, ce n’erano davvero poche.