Da “Coca Tauro” agli altri porti, la cocaina è il business della ndrangheta

Domenico Latino ha analizzato oggi su Gazzetta del sud il report sulla sicurezza portuale italiana 2018 di Italian Port Security

Il porto di Gioia Tauro
Il porto di Gioia Tauro

Il traffico di cocaina è ancora saldamente nelle mani della ndragheta. E’ questo il principale dato che emerge dal report di “Italian port security” analizzato da Domenico Latino sull’edizione di oggi di Gazzetta del sud.

Una delle novità nel traffico della polvere bianca è la ricerca da parte delle famiglie di ndrangheta di nuove rotte e porti in modo da rendere più difficile l’individuazione dei carichi da parte degli investigatori.

il buon caffè della Piana il buon caffè della Piana il buon caffè della Piana Ape maia

Si legge nel report: «Tra tutte le varie organizzazioni di stampo mafioso in Italia, infatti, quella calabrese è riuscita ad acquisire il quasi totale controllo di questo traffico, spingendo le altre organizzazioni criminali, italiane o straniere, a specializzarsi nel traffico di altre droghe o in altri traffici illeciti. La particolarità della ’Ndrangheta è che la detenzione di questo monopolio le permette di curarsi meno degli altri traffici, come ad esempio quello dei tabacchi lavorati esteri, preferendo lasciare questo tipo di attività a Camorra e mafie pugliesi, quasi a spartirsi i proventi per un pacifico modus vivendi. L’acquisizione di questo sostanziale monopolio è stata possibile grazie alla creazione di solidi rapporti con i cartelli sudamericani che hanno reso la ’Ndrangheta
tra le organizzazioni mafiose più importanti al mondo, con ramificazioni anche in tutto il Centro-Nord Italia e nel resto d’Europa (oltre che nel resto del mondo). Ragion per cui, sono le altre organizzazioni mafiose italiane a doversi rivolgere ai clan calabresi per l’acquisto di partite di cocaina».

Gioia Tauro, secondo lo studio pubblicato da Clarissa Spada e Francesco Marone e curato da Lorenzo Vidino, continua a essere la principale porta di ingresso della polvere bianca in Italia.

«Ed è proprio in questo modo – scrivono gli autori – che il porto di Gioia Tauro aumenta ancor di più la sua importanza nello scacchiere mondiale del traffico. Come noto, infatti, esso costituisce anche la più grande porta di ingresso della cocaina, tanto da essere talora denominato “Coca Tauro”. Un porto ormai divenuto fondamentale per la ’Ndrangheta, dove le famiglie più importanti della piana di Gioia Tauro – Piromalli, Pesce, Molè, Bellocco – dominano riuscendo a penetrare la gestione del porto a più livelli».
Il forte giro di vite su Gioia Tauro ha fatto sì che la ’ndrangheta abbia gradualmente iniziato a guardare altrove, in cerca di nuovi punti di approdo, dove poter far arrivare il suo “oro bianco” dal Sud America. «Le varie cosche hanno così pensato di rivolgersi ai porti del Nord Italia, come quelli di Genova, La Spezia, Vado Ligure (SV), Livorno, Venezia. I pericolosi legami che i clan sono riusciti a creare e cementare hanno reso queste aree crocevia di smistamento», oltretutto, più vicine «ai canali di spaccio remunerativi».

Gli imponenti controlli effettuati col passare degli anni nello scalo calabrese hanno spinto i clan a diversificare le rotte e a cercare di nuovi punti di approdo per la cocaina. «Le varie cosche hanno così pensato di rivolgersi ai porti del Nord Italia, come quelli di Genova, La Spezia, Vado Ligure (SV), Livorno, Venezia. I pericolosi legami che i clan sono riusciti a creare e cementare hanno reso queste aree crocevia di smistamento».

Analizzando il report scrive questa mattina Latino su Gazzetta del sud: «Il container è sicuramente il mezzo più utilizzato in assoluto per il trasporto della coca, celata dietro carichi di copertura, sofisticati doppifondi messi a punto per aggirare i controlli a raggi X o, anche, in container vuoti. Da alcuni anni è stata adottata la tecnica del rip-off system, che consiste nel posizionamento della partita di droga in borsoni davanti alla portacontainer, in modo tale da essere facilmente estraibile da operatori portuali “infedeli”. Un’altra è quella che riguarda le operazioni di trasbordo al largo delle coste su imbarcazioni più piccole, spesso pescherecci. Succede anche che i panetti di droga vengano lanciati in mare dall’imbarcazione madre, muniti di Gps, in modo tale da intercettarli. Infine, l’utilizzo di motonavi appositamente modificate nel fondo per procedere poi all’estrazione del carico con l’ausilio di sommozzatori».