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Caterina Sorbara ritorna a Palmi con la sua “Fimmana”

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Ha visto la luce durante il periodo del COVID, ma Fimmana, ottava opera letteraria di Caterina Sorbara, anche a distanza di anni mantiene viva la sua forza espressiva e la sua enfasi emotiva; per queste ragioni la Sezione di Piana di Palmi, presieduta da Francesca Frachea, ha voluto che nell’intimità di un salotto letterario la sua autrice ne ripercorresse origini, trama e sviluppi, letterari e non.

Fimmana sono le tante donne incontrate e conosciute da Caterina: incontri casuali, frequentazioni occasionali, ma anche storie vere che s’intrecciano al chiacchiericcio delle piccole comunità locali, in cui i segreti di alcuni sono sulla bocca di molti. Persone che, con un artificio letterario, si spogliano dei propri tratti identificativi per diventare personaggi, calati in contesti verisimili, sullo sfondo di una topografia che trasuda ancora una volta del vissuto dell’autrice, dei tanti luoghi visitati, anche per ragioni di lavoro, e amati, per questo riprodotti con tratti vividi e decisi.

Il fil rouge che accomuna le protagoniste del racconto è l’amore, narrato ora in modo passionale e travolgente, ora con coloriture più lussuriose e materiali, ma sempre assoluto e totalizzante, tale da indurre ciascuna a vivere anche in maniera scomoda e frustrante il ruolo ora di amante o di mantenuta o di fedifraga.

Donne incastonate, si potrebbe pensare, in stereotipi di sottomesse, assoggettate alla volontà degli uomini che amano e della società che le giudica e le condanna, ma, mutatis mutandis, forse anche donne volitive, determinate, testarde, pronte a sfidare le convenzioni sociali che le imbrigliano per assecondare le ragioni del cuore. Perché il cuore, in fondo, è il motore di ogni scelta, anche quando ciò comporta rinunce e clandestinità.

Sono Fimmane queste donne, termine declinato al singolare nel titolo del libro: parola carica dell’intensità che si accompagna al dialetto calabrese; una scelta non casuale, che vuole essere evocativa della forza radicata in ogni donna conterranea dell’autrice, ma, forse, anch’essa frutto di un atto di ribellione al padre, che le raccomandava da bambina di “non parlare mai in dialetto” e che la Caterina ormai adulta usa non come licenza letteraria, ma come sigillo identitario dell’essenza femminile, sua e delle sue splendide donne.