Crisi al porto, l’analisi di Francesco Rao

"avverto il peso di una sconfitta destinata a cambiare il futuro di molte famiglie. Domani, quando sarà lo Stato a comprendere tale peso, le ferite sociali apertesi nel tempo saranno inguaribili e la percezione dello stato di diritto diverrà una chimera"

Francesco Rao
Francesco Rao

Pubblichiamo l’intervento del sociologo Francesco Rao sulla crisi del Porto di Gioia Tauro: (da francescorao.it)

Nella Piana di Gioia Tauro sta per esplodere una bomba sociale priva di precedenti. Ben 500 persone, attualmente occupate presso il Porto di Gioia Tauro, in questi giorno vivono momenti di trepidazione per il loro futuro e per quello delle rispettive famiglie. Questa triste realtà si sta consumando in una delle più deboli zone d’Italia, purtroppo nota per due tristi primati: l’alto tasso di criminalità organizzata e l’alto tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e femmminile.

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La storia del Porto di Gioia Tauro, inizia il 16 settembre del 1995 con l’arrivo della prima nave.  Il Governo nazionale, allora presieduto da Romano Prodi, analizzava la questione Meridionale con particolare attenzione, soprattutto cercando di attuare in tempi brevi, mediante il proprio programma di Governo, interventi economici destinati a muovere strutturalmente gli indicatori strategici volti ad affrancare dalla povertà e dalla disoccupazione il Sud Italia.

L’azienda MCT ed i Sindacati, sin dal loro insediamento, hanno guardato con particolare interesse al modello della gabbia salariale, condividendo una tesi ormai tramontata consistente e tendente ad affermare “più posti al Sud con salari ridotti”. Questa scelta, seppur abolita nel 1969, venne accolta sia dai lavoratori, pronti ad accogliere la realizzazione di un sogno, volto ad avere un posto di lavoro, senza dover essere costretti a preparare la valigia di cartone ed emigrare, come fecero in passato altre generazioni, sia dalle parti deputate a tutelare quei lavoratori e cioè dai Sindacati. Nel tempo, quella scelta, si è trasformata in un vero e proprio boomerang, indirizzato proprio nei confronti di quanti hanno creduto, lavorato e sperato in un cambio di tendenza per un territorio martoriato e privo di aspettative positive per i lavoratori e per le loro famiglie. Trascorsi circa 24 anni di presenza di MCT a Gioia Tauro, oggi sarebbe importantissimo poter conoscere da vicino le percentuali relative agli investimenti, da fonte pubblica e privata spesi per onorare l’impegno della concessione demaniale del Porto, finalizzata tanto per rendere possibile l’iniziativa economica privata, quanto per occupare una maggiore quantità di lavoratori in un Sud sfiancato soprattutto dalla disoccupazione atavica.

I lavoratori, vivendo una siffatta quotidianità,sono particolarmente stressati, soprattutto perché avvertono la costante insicurezza. Il sogno di migliaia di persone si è trasformato in un vero e proprio incubo e la cornice di questa tristezza sono i tre lotti delle Aree industriali, prive di infrastrutture e paragonabili a cattedrali del deserto, realizzate con i soldi del contribuente mediante i benefici previsti dalla Legge 488/1992. Tranne sporadiche circostanze, individuabili prevalentemente nei periodi pre elettorali, la politica non ha svolto sul territorio una vera e propria azione di monitoraggio. Pertanto, la mancata misurabilità dei risultati attesi dopo l’erogazione dei fondi e l’assenza della valutazione del rischio a seguito delle mancate azioni intraprese e lasciate a metà, hanno contribuito alla totale perdita del controllo di quanto avveniva nell’area portuale più importante del Mediterraneo, trasformando una straordinaria opportunità di sviluppo nell’odierno delicatissimo fenomeno socio-economico, destinato ad esplodere a breve e con imprevedibili risvolti.   Tutto ciò, è stato vissuto sulle spalle dei lavoratori, con stress, stanchezza, scoramento e delusione. Nel tempo, gli stessi lavoratori, per tutelare una possibilità trasformata da certezza in marginalità, sono arrivati ad accettare ben 7 anni di cassa integrazione con annessi e connessi, ripercossi sulla qualità della vita e sul futuro dei loro familiari e soprattutto dei giovani figli, vero e proprio futuro di questa terra. Vivere nella Piana di Gioia Tauro, con l’amarezza e la delusione di poter perdere il posto di lavoro da un giorno all’altro, diviene un vero e proprio incubo di massa. Tutto ciò, avviene all’interno di un contesto sociale, che può disporre di un reddito pro capite  basso. A fronte di tale situazione, per i giovani la soluzione non sarà rimanere e studiare, ma scappare via al più presto possibile. Sappiamo benissimo che la malavita è pronta ad infiltrarsi in queste realtà sociali, dove marginalità e disoccupazione demoliscono i valori e attivano la propensione alla devianza ed alla criminalità. Un altro triste capitolo,  scritto sulle spalle dei portuali MCT, risale a Giugno del 2017 quando ben 377 lettere di licenziamento hanno decretato la fine del lavoro a 377 padri di famiglia. A seguito di questo provvedimento, l’allora Governo Gentiloni, poneva sul tavolo delle trattative, dove sedevano oltre alla società terminalista  i sindacati, la proposta dell’Agenzia del lavoro del Porto di Gioia Tauro, stanziando ben 40 milioni di euro per il triennio successivo, affinché le Risorse Umane licenziate, potessero essere nuovamente formate e reinserite nel merito del lavoro, superando le difficoltà dell’improvvisa disoccupazione. Dopo tante trattative, si giunge alla firma dell’accordo ma a distanza di tempo i colpi di scena non si faranno attendere: quei fondi stanziati dal Governo non sono più disponibili. Intanto, si lavora per la realizzazione del Gateway ferroviario.

Ad oggi sono stati realizzati ben 700 metri di binari sulla banchina del Porto, ma si pone nuovamente un problema: quest’ennesima opera manca di una stazione che possa ospitare i convogli ferroviari, destinati a movimentare i containers provenienti da tutto il mondo lungo i binari ferroviari della penisola, rendendo allo Scalo portuale di Gioia Tauro quella competitività e quella dinamicità logistica indispensabile a creare competitività nel segmento di riferimento. Di questo ritardo, in occasione della prima visita al Porto di Gioia Tauro, si è occupato in prima persona il Ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, Danilo Toninelli  indicando tempi ben precisi per la soluzione del problema.

Ad oggi, purtroppo, l’inaugurazione dell’importantissimo snodo ferroviario non è avvenuto ed i 30 giorni di tempo concessi dal Ministro sono abbondantemente trascorsi senza l’atteso risultato.  Durante tutta questa fase ed a fronte della forte crisi legata al numero dei movimenti di containers, l’Autorità Portuale di Gioia Tauro ha riconosciuto una piccola diminuzione dei costi delle accise sulla movimentazione, ma anche questo segnale non ha generato incoraggianti segnali e la precarietà occupazionale ha continuato a trascinare nel baratro le sorti dei lavoratori. Adesso la misura è colma.   Ci  troviamo alla vigilia di una vera e propria bomba sociale, destinata a coinvolgere il delicatissimo tessuto sociale, il futuro dei giovani ed il futuro di una terra che avrebbe meritato molto di più, semplicemente garantendo il lavoro e la possibilità di poter costruire il proprio futuro contando sul proprio lavoro.

Con molta amarezza, avverto il peso di una sconfitta destinata a cambiare il futuro di molte famiglie. Domani, quando sarà lo Stato a comprendere tale peso, le ferite sociali apertesi nel tempo saranno inguaribili e la percezione dello stato di diritto diverrà una chimera.

Nel mio cuore rimane un fortissimo interrogativo:  tutto ciò poteva essere evitato oppure è stato voluto sin dall’inizio?