Una donna, Peppina

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Si alzava all’alba per poter preparare l’impasto.

Donna Peppina, rimasta vedova così giovane, decise di mandare avanti la famiglia continuando l’attività del marito e cercando di sfamare i suoi cinque figlioletti.

«Mi servono tre sacchi di farina. Aggiungete anche del lievito. Credo che cinquemila lire bastino».

«Comare voi siete sempre precisa. Se mi dovete qualche moneta, so che avete figli e vi necessitano».

La panetteria era l’unica fonte di sostentamento per quella piccola donna. Il guaio era quando arrivava il tempo delle piogge ed il fornitore ritardava nella consegna dell’ordine.

Tutto accadde una notte di fine estate.

Donna Peppina fu svegliata dalle urla dei vicini, che vedendo le fiamme alzarsi in cielo, pensarono bene di battere alla porta della sua abitazione.

Il suo primo pensiero fu quello di mettere in salvo i piccoli, facendoli uscire dal retro della casa che non era stato raggiunto ancora dalle fiamme. La scena che, subito dopo, si presentava dinanzi agli occhi, fu davvero impressionante.

Sudore, passione di quella breve vita vissuta, sacrifici, andavano distrutti. Era stato appiccato del fuoco.

Capì, sin da subito, che qualcuno le aveva fatto un dispetto.

D’altronde non era mica ben vista una donna che, in un paese dell’entroterra ancora arretrato e del Sud,  contornato, spesso, di pettegoli e bigotti, era riuscita a mandare avanti un’attività come la sua.

La donna, secondo molti – deve stare  a casa a badare ai  figli -.

Donna Peppina, nonostante tutto non si scoraggiò: lo sapeva che doveva portare avanti la sua battaglia.

Dopo poco tempo riaprì, di nuovo, la stessa attività, promettendo a se stessa di non darla vinta alla pochezza di alcuni.

In fondo, nulla di male faceva. Cercava di sopravvivere come chiunque altro.

Era donna, questo era il problema per gli altri. Non per lei.