«Non soltanto quale pedagogia serva alla società di oggi, ma quale
società vogliamo costruire attraverso la pedagogia». Attorno a questo interrogativo nodale
si è sviluppato l’incontro «Società e scuola: verso quale pedagogia? Attualità del pensiero
di J. Dewey», promosso dall’A.D.I.C. (Associazione Donne Insegnanti Calabresi) presso
l’Auditorium “N. Green” dell’I.I.S. “F. Severi” di Gioia Tauro. L’evento ha riunito docenti,
socie, rappresentanti del tessuto associativo ed altre personalità in un percorso di
riflessione strutturato tra psicologia, dimensione normativa e pedagogia.
Ad aprire i lavori è stata la Presidente dell’A.D.I.C., la professoressa Concetta Domenica
Tripodi, la quale, richiamando il saggio del sociologo Francesco Rao, ha ribadito che
«educare è un atto sociale: significa dare potere a chi apprende per cambiare il mondo in
cui vive». Di fronte al disagio giovanile, alla fragilità relazionale e all’impatto delle nuove
tecnologie, la scuola non può limitarsi all’aggiornamento disciplinare, ma è chiamata a
ridefinire il senso stesso dell’educare e della convivenza civile.
La dottoressa Dominella Mesiano, psicologa e psicoterapeuta, è intervenuta sul tema «La
famiglia e la scuola nella mente-tecnoliquida», esaminando i meccanismi cognitivi dei
giovani in un contesto iper-connesso e frammentato. Incrociando la sociologia della
liquidità di Bauman con la prospettiva di Dewey, la relatrice ha evidenziato come «una
scuola digitale debba essere una scuola che pensa, non solo che clicca», contrastando il
rischio di un sapere nozionistico e “disincarnato” per riscoprire il valore dell’apprendimento
autentico fondato sul «pensare ciò che si fa e fare ciò che si pensa».
Il confronto è poi proseguito con il professor Antonio Antonuccio, già docente universitario
ed ex Direttore dell’Ufficio di Esecuzione Penale Esterna di Cosenza, con una relazione su
«Dal controllo punitivo alla sorveglianza empatica». Nel gestire regole e condotte,
l’obiettivo non è la repressione autoritaria né il permissivismo, bensì la costruzione di
un’etica basata su fermezza, fiducia e ascolto. Richiamando la distinzione deweyana tra
«esperienze formative» ed «esperienze deformanti», Antonuccio ha chiarito come
l’autorevolezza educativa debba guardare a ciascun alunno «non come a un problema da
correggere, ma come a una possibilità da accompagnare».
A trarre le conclusioni è stato il sociologo Francesco Rao, docente a contratto presso
l’Università “Tor Vergata” di Roma, con l’intervento «Dalla complessità educativa
contemporanea allo sviluppo delle strategie formative». Rao ha indicato in Dewey una
bussola imprescindibile per orientarsi tra riforme parziali e disuguaglianze territoriali.
Attraverso una sintesi lucida ed argomentata e connettendo la lezione deweyana
all’orizzonte di Don Milani, Rao ha esortato a ripensare l’aula come laboratorio aperto e
cooperativo basato sul learning by doing. Formare menti critiche ,capaci di deliberare e
dissentire con rispetto, ha concluso il relatore, resta l’unica vera strategia per costruire una
democrazia matura e consapevole.





