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Santo Gioffrè e il suo “Tempo del Male”

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gioffre copertina

Nel cantare la sua “Isola grande”, Pino Daniele diceva di se stesso: “non c’è niente di più noioso di
un nostalgico di sinistra come me”; Santo Gioffrè, notoriamente uomo di sinistra, nella sua ultima
produzione letteraria, “Il tempo del male”, edita da Castelvecchi, nostalgico lo è, ma noioso mai.
È una storia cruda, asciutta, che non cede a sentimentalismi e ridondanze inutili, quella che il
medico palmese racconta; una storia che sullo scenario dei fatti di cronaca della realtà universitaria
messinese degli anni Settanta – contesa fra lotte studentesche e pervasività ‘ndranghetistiche –
mette a fuoco il tormento interiore di un uomo, che passa al setaccio la propria vita, in un pendolo
che oscilla fra passato e presente.
È un romanzo autobiografico “Il tempo del male”, non nel senso che riporta fatti realmente accaduti
all’autore, ma nel senso che al protagonista e suo alter ego, Gesualdo Digiannantonio, Gioffrè
sceglie di affidare il travaglio di emozioni e sentimenti, attraverso cui si sviluppa la vicenda
letteraria, parallelamente al modo in cui si è sviluppata la sua vita.
La vicenda prende avvio da un apparentemente ininfluente fatto di cronaca avvenuto in una nota
località balneare della Toscana, che riporta sotto i riflettori il nome di Leo D’Amantea, colui che
decenni prima aveva assassinato sulle scale del rettorato dell’Università di Messina Enzo
Capoferro, amico carissimo e collega degli studi di medicina di Gesualdo. Un omicidio dettato da
faide familiari, che avevano le proprie radici nelle cupe realtà calabresi del tempo.
Quel nome riapre ferite mai del tutto rimarginate e solleva le chiuse delle dighe che contengono
fiumi di ricordi da cui Gesualdo si lascia travolgere.
E così il romanzo assume i caratteri del genere letterario giallo, innescando una suspense sempre
crescente, fino all’epilogo della vicenda, in cui il lettore è coinvolto al punto da diventare complice
morale del protagonista.
Con una serie di rimandi al passato e di flashback, la narrazione perviene fino ai nostri giorni,
offrendo anche un repentino cambio di registro: la storia della gioventù dello studente universitario,
descritta con i toni seppiati della nostalgia, si tramuta nella cronaca del medico affermato e con un
riconosciuto ruolo sociale, che non concede sconti, neanche nei toni, alla denuncia del malaffare
che ha attanagliato la sanità calabrese per decenni. Icastica l’osservazione affidata a queste parole:
“In quella provincia (quella di Reggio Calabria, n.d.r.) i diritti non hanno come fonte le leggi … e
non sono inalienabili, ma si discutono, si interpretano”.
La Calabria è l’altra protagonista del romanzo, presente sulla scena come una controfigura, che
proietta (Ahimè!) la sua peggiore immagine. Il giudizio che ne dà Gesualdo/Santo è davvero crudo
e rivela la disillusione di un uomo che non perdona a questa terra bellissima le sue tradizioni
distorte, i suoi costumi ancestrali, la sua turpitudine. “La Calabria – dice il protagonista – è una terra
che sa amare solo il tempo della sua fine” e ancora “come se io l’avessi mai, quella terra (la
Calabria), percepita come un luogo del cuore”.
La crudezza del racconto è supportata anche dal vocabolario usato dall’autore: parole arcaiche,
dure, plastiche, come “destruente”, “detrazione”, “selvatichezza”, “strinato”.
“Il tempo del male” non vuole raccontare un’epoca finita, ma un tempo perenne in cui il male si
trasforma e si adatta ai tempi. Ciò che muta è l’atteggiamento del protagonista che sostituisce
all’animosità e alla passione degli anni giovanili l’apatia e la rassegnazione della maturità,
sentendosi malinconicamente avvolto dalla “solitudine che colpisce gli sconfitti”.