L’ “incanto originario” di Cesare Berlingeri

Il "dialogo visivo" con l'arte del Maestro del colore

0
86
Cesare Berlingeri nel suo studio (© Foto Giovanni Fava)

Un uomo profondamente pervaso, immerso, avvolto, ghermito come in un infinito momento estatico dalla musa ispiratrice più potente che accompagna, ab origine, la vita dell’uomo: l’arte. L’elemento pantocratore che Cesare Berlingeri – artista, sceneggiatore, costumista e antesignano delle arti visive – ha voluto spiegare aprendo le porte del suo tempio laico, il suo studio, la fabbrica di quelle idee poi fissate su tela e divenute icona rappresentativa, cifra stilistica e firma personale immutabile di una raffinatezza senza tempo. Com’è l’arte, appunto, senza tempo, né griglie, né etichette applicabili alla bisogna per identificare caratteristiche proprie di ciascun autore – che egli rifiuta a prescindere – utili, dice, solo a facilitare il compito agli spettatori di fronte ad un’opera.

«L’arte, per essere universale, dev’essere autenticamente locale» spiega, citando Ezra Pound – nella girandola delle decine di menzioni di autori, testi, poeti e pittori che accompagnano questo colloquio speciale – per raccontare l’indissolubilità delle radici che lo annodano, tenendolo saldamente ancorato, a Taurianova, alla Calabria e più macroscopicamente, a questa nazione “popolo di santi, poeti, navigatori” e artisti a tutto campo, difendendo la sua koinè perché «la lingua non è soltanto quella parlata ma anche quella dei colori che vivi, ed io porto il mio linguaggio, che è il linguaggio dei colori, nel mondo». Mostre, esposizioni e pezzi da collezione sparsi un po’ per i cinque continenti (New York, Pechino, Rio de Janeiro, Milano, Tokyo e Firenze, solo per citare alcuni luoghi) non hanno mutato la sua essenza di artista curioso ed attento al mondo che lo circonda, fin da quando era bambino – torero mancato, affascinato da Plaza de toros e direttore di musica improbabile raccontato negli aneddoti, anche leggeri, che ha voluto dispensare – sposando, rapito da Picasso, «l’arte dei poveri, col carbone, che ritornerà dopo l’atomica, perché l’uomo – riflette, in una inclinazione di pessimismo – è autodistruttivo per natura». Ma è il colore il centro del suo universo e dei suoi pensieri, che lui assorbe dall’azzurro quasi nordico dei suoi occhi vivacissimi ed intensi, in un baratto di bellezza nel quale «il colore cattura me, perché – mutuando Kant – la bellezza non ha significato non avendo scopo ed è la tela – in un rapporto sinallagmatico – che mi chiede il colore». L’istituto delle pieghe come mistero che segna il limite tra il buio e luce esplicitando l’intuizione filosofica di andare oltre, di “intellegere” ed interpretare i significati del tempo e dello spazio racchiuso in un quadro che comunica a chi lo sa ascoltare, poiché «l’arte non ha bisogno di essere tradotta, parla tutte le lingue del mondo».

© Foto Rosario Sorrenti

Ecco allora come maestria e talento si fondono sotto l’egida dell’arte per offrire «l’incanto originario» allo spettatore consapevole di poter godere della bellezza universale approcciandosi all’opera in due modi: «o con innocenza e senza schemi o con conoscenza» incalza approfondendo il ragionamento, tanto che di sé si dice debitore dichiarato ad essa, certificando «l’intenzione di non tradire gli artisti che mi hanno preceduto e di continuarne il discorso». Obbligazione finora assolutamente onorata attraverso la realizzazione di opere ricercate e mai banali nelle cui onde e tonalità si riverbera tutto il fascino mediterraneo, etereo, solare ma anche riflessivo e meditativo del Maestro che legge la contemporaneità come correlatività riconducibile a ciascun artista della storia: «l’arte è atemporale, il messaggio non si cancella col tempo perché le forme, come le parole, hanno un peso», racconta. Ed ancora, «l’attualità non esiste nell’arte» faro di coloro che «riescono a vedere altrove» anticipando mode, costumi e rappresentazioni offrendo, semmai, una visione nuova ed evocativa della realtà circostante per un messaggio che passa «quando si interpreta l’opera che si osserva» e che rende partecipativo quello che lui definisce un «dialogo visivo».

Menziona, di getto, grandi artisti come Morandi, Malevič, Picasso, Caravaggio, Paul Klee, Warhol, Kiefer, Giotto, Tiziano, Raffaello, Rothko ma anche Saba, Montale, Ungaretti, Pasolini, Prévert e Majakovskij addizionando epoche e caratteri che poi non esistono per un artista il cui filo rosso conduttore non è altro che comunicare con quanto prodotto dal suo ingegno creativo: «Sono innamorato dell’arte che è la mia vita, in tutti i sensi» sancisce senza tentennamenti, anzi umettando, per un momento, l’iride cristallino che torna vispo e arguto a testimoniare quell’ “incanto originario” che ha nutrito prima il bambino, poi l’adulto e tutt’ora alimenta l’uomo maturo – sebbene il tempo e qualche incomodo nel fisico siano intervenuti come ospiti non graditi tuttavia non sono riusciti a domarne nell’estro – allenando la sua erudizione e rendendo, se possibile, ancor più identificabile il suo lavoro. «Vede – continua – l’arte è un momento di incartamento che serve a porsi delle domande perché è il dubbio per eccellenza che è l’unica cultura dell’uomo contemporaneo». Cosa intende donare agli altri attraverso la sua di arte? La risposta è secca e decisa: «Voglio regalare un minuto di umanità», la stessa che, specie in questo secolo, rappresenta la via smarrita dall’uomo contro uomo in una lunghissima sequela di orrori che inquietano le coscienze e da cui gli artisti prendono le distanze rifuggendo ogni tentativo di barbarie con le uniche “armi” che posseggono: l’illuminazione delle loro produzioni realizzate anche per rischiarare le sensibilità e per offrire una chiave di lettura metafisica e introspettiva che guardi ai veri valori necessari per vivere una vita degna e pacifica, che rifugga, dunque, ogni inutile ostilità.

«Il mistero, finché durerà, è la curiosità» chiosa – riferendosi ancora alla necessità di impegnare l’arte come panacea tatutologica al servizio dell’uomo – mentre conferma, senza esitazione alcuna, di averci sempre creduto come risorsa per vivere (e non sopravvivere) sgranando il rosario dei ricordi di una memoria vastissima che dagli inizi incerti e faticosi lo hanno portato ad essere l’autore, anche teatrale, ricercato e raffinato che è. Il vuoto come il tutto, l’arte in rapporto col trascendente ribadendo che «mai è stata vicina a Dio come in questo secolo» e le disquisizioni del caso (cāsŭs latino)  come “miracolo” sono stati gli ultimi frammenti di un dialogo argomentale apparentemente trompe-l’oeil, sapientemente dosato di riferimenti epperò intenso e ricco di pathos nel quale il grande artista, con garbo ed ampia pazienza, ha voluto disvelare pensieri e concetti borderline tra il filosofico, il sociologico ed il concreto realismo ma nella quale il leitmotiv è rimasto sempre fedelmente il colore, figlio della sua identità, nel quale, ogni volta che si ha la fortuna di poterlo osservare, non si può fare a meno di scorgere oltre che la sua fama anche l’impronta della sua inimitabile personalità.           

Un momento del dialogo con il Maestro Berlingeri

© TUTTI I DIRITTI RISERVATI