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Gioia Tauro, presentato il romanzo Calura di Saverio Gangemi, vincitore del Premio Demetra 2026

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Si è svolta sabato pomeriggio, a Gioia Tauro, presso l’auditorium della parrocchia San Francesco di Paola, la
presentazione di Calura, il romanzo di Saverio Gangemi, edito da Rubbettino e vincitore del Premio
Demetra 2026 per la letteratura ambientale.
L’iniziativa, fortemente voluta e organizzata dalla libreria P.G. Frassati, diretta da Francesco Scarcella, è nata
dalla sinergia con LAB Donne della città, confermando il valore della collaborazione tra realtà culturali del
territorio nella promozione della lettura e del dibattito sui temi di grande attualità.
Ad aprire l’incontro è stato Francesco Scarcella, che ha ringraziato l’autore per la sua presenza,
soffermandosi sulla particolare forza espressiva dell’opera: una scrittura capace di evocare immagini
intense e suggestive, in grado di raggiungere il cuore del lettore. Scarcella ha inoltre rivolto un
ringraziamento a don Natale Ioculano per la disponibilità e a LAB Donne per la preziosa collaborazione.
È stata quindi la professoressa Saveria Lollio a presentare l’autore, nato a Redentora, in Brasile, nel 1987 e
residente a Melicucco, in provincia di Reggio Calabria. La passione per i libri, ereditata dal padre scrittore, si
intreccia in lui con l’amore per la natura, trasmessogli dal nonno, e in particolare con il profondo legame
con l’Aspromonte. Un percorso personale e culturale che sembra trovare espressione nella sensibilità
narrativa di Calura, romanzo apprezzato da pubblico e critica e insignito di un importante riconoscimento
nel panorama letterario nazionale.
Il cuore dell’iniziativa è stato il dialogo tra la professoressa Lollio e l’autore, che ha permesso al pubblico di
entrare nelle atmosfere e nelle molteplici chiavi di lettura del romanzo.
Calura è ambientato in un piccolo paese dalla toponomastica indefinita, ma collocato in un Sud metafisico,
dove la natura, riarsa e agonizzante, e l’afa soffocante diventano il segno tangibile di un dramma che è
prima di tutto etico, oltre che ambientale. La devastazione del paesaggio si intreccia con quella delle
esistenze, mentre i personaggi: Lanczo, Duardo, Rachela, Nina, Doriano e molti altri, si ritrovano a
fronteggiare una catastrofe che sembra non lasciare scampo.
Poco importa che la distruzione assuma la forma delle fiamme anziché quella di un diluvio: ciò che conta è
la lotta per resistere, la ricerca di un possibile approdo, la speranza, forse, che esista ancora un’isola a cui
aggrapparsi.
In questo scenario, la geografia e la meteorologia si trasformano in geroglifici del destino, diventando
metafore di una terra desolata. Tra incubo distopico e realismo magico, Gangemi costruisce un racconto
intenso e visionario, capace di affrontare, attraverso una scrittura di grande forza evocativa, temi cruciali
come la crisi climatica, la fragilità dell’essere umano e la capacità di resistere anche nelle condizioni più
estreme.
Nel corso della conversazione è emersa anche la particolare dimensione temporale del romanzo. Sebbene
l’epoca non venga dichiarata esplicitamente, diversi elementi — dalla figura del duca feudatario alla peste,
fino agli archibugi — richiamano il XVI secolo, conferendo alla narrazione una precisa cornice storica, pur
mantenendone intatta l’atmosfera sospesa e simbolica.
L’autore ha spiegato come la scrittura abbia seguito una direzione maturata spontaneamente durante il
processo creativo, conducendolo a raccontare un tempo che precede la fine e la fine stessa, ma lasciando
intravedere anche l’alba di un domani diverso, segnato dall’alternanza delle vite dominanti e dall’avvento di
nuovi custodi.
Una prospettiva che apre interrogativi sul destino dell’uomo e sul rapporto con la natura, ma anche sulla
possibilità che, dopo la distruzione, possa emergere un nuovo equilibrio.

Tra le immagini più potenti e significative di Calura spicca quella dell’unico albero rimasto in vita. Una
presenza misteriosa, nata rapidamente da una verga apparentemente spellata e ormai morta, che sembra
sottrarsi alle conseguenze degli eventi catastrofici e resistere là dove ogni altra forma di vita soccombe.
L’albero diventa così uno dei simboli centrali del romanzo: ultimo baluardo contro la resa, testimonianza di
una natura che non si arrende al proprio destino e, al tempo stesso, metafora di un mondo che, pur
destinato a soccombere, sembra consegnarsi a qualcosa di nuovo.
Mentre tutto intorno avvampa e si distrugge, la vita riaffiora dalle radici. In questa immagine si concentra il
senso più profondo dell’opera: il passaggio da un ciclo ormai consumato a un nuovo inizio che cerca
faticosamente la propria strada.
È proprio in questa tensione tra fine e rinascita che il romanzo trova una delle sue chiavi interpretative più
suggestive. La catastrofe non cancella del tutto la possibilità di un futuro, ma costringe a interrogarsi su ciò
che resta, su ciò che merita di essere custodito e sulla responsabilità dell’uomo nei confronti della terra.
A rendere ancora più coinvolgente l’incontro sono state le letture di alcuni brani del romanzo affidate
all’attrice Maria Condrò, che ha accompagnato il pubblico dentro le atmosfere evocative della narrazione,
restituendo voce e intensità alle parole dell’autore.
La presentazione di Calura si è così trasformata in un’occasione di riflessione e confronto, capace di
coniugare letteratura e sensibilità ambientale, offrendo al pubblico uno sguardo su un’opera che,
attraverso immagini potenti e una narrazione fuori dagli schemi, invita a interrogarsi sul rapporto tra
l’essere umano, la natura e il futuro del nostro pianeta.