Oggi, 2 giugno, è giorno di celebrazioni e di commemorazione: ottant’anni fa, gli uomini e le
donne “sopravvissuti” agli orrori della guerra esprimevano la propria libera scelta,
consegnando alla storia dell’Italia una nuova forma di governo. Nasceva la Repubblica Italiana,
dopo quasi duemila anni dal momento in cui, con l’ascesa di Augusto nel 27 a.C., la gloriosa
res pubblica romana cedeva il passo all’Impero e a quella tanta agognata pax augustea che
consolidò e amplificò la potenza di Roma per i secoli a venire.
Oggi dovrebbe essere giorno solo di celebrazioni: festa, festa per la Repubblica, per le
ripristinate libertà e il godimento dei diritti riconquistati dopo anni di oscurantismo,
oppressione e buio per le Istituzioni e la società civile.
Ma una commemorazione esige riflessioni e considerazioni, contese fra la valutazione di ciò
che è passato e la prospettazione di ciò che è proiettato al futuro.
Ritengo che, oggi, non si comprenda adeguatamente la portata dei valori che, con la nascita
della Repubblica, sono stati salvati e preservati dall’oblio a cui le atrocità della guerra li
avrebbe condannati. Siamo, tutti indistintamente, eredi di quel patrimonio, anche se non
abbiamo contribuito a crearlo. Per questo, forse, con troppa disinvoltura pensiamo che possa
essere lecito dissiparlo e sciuparlo, convinti di realizzare una rivoluzione culturale e
istituzionale ogniqualvolta ne forziamo il limite di tutela, abusando dei privilegi che la
democrazia ci ha restituito.
Esiste un rapporto labile, ma ineludibile, fra scelta elettorale e azione di governo: la seconda
deve essere custode della prima, quasi come una Vestale attenta a non far mai spegnere il
“fuoco sacro”, che gli elettori, i cittadini, tutti i cittadini hanno alimentato con il proprio diritto
di voto.
A ottant’anni dalla proclamazione della Repubblica è lecito domandarsi se quella scelta sia
stata effettivamente preservata e inverata, quotidianamente e costantemente e, soprattutto, se
sia sempre stata offerta la giusta risposta alle nuove richieste che la storia e la cronaca hanno
consegnato ai governanti.
Si dice spesso che la scelta referendaria del 1946 fu la conseguenza del suffragio universale e
che il voto delle donne fu particolarmente determinante. E oggi, più che mai, occorre ricordare
che ricorrono anche gli ottant’anni dell’Assemblea Costituente, che comprendeva “appena” 21
donne su 556 componenti, le 21 Madri costituenti, il cui apporto fu decisivo per la fisionomia
della nostra Costituzione.
Chi mi legge, conosce bene il mio impegno per le politiche di genere e le pari opportunità, a cui
ho dedicato quasi un terzo della mia vita professionale; quindi anche per questa ricorrenza
dovrei, ancora una volta come in passato, condividere una riflessione sul valore e
sull’importanza di quelle presenze femminili, sia nell’elettorato attivo che fra i Costituenti.
Ritengo, tuttavia, che le commemorazioni per gli ottant’anni della Repubblica comportino uno
sforzo maggiore che consenta di andare al di là della retorica, di abbandonare i luoghi comuni e
di riempire di nuovi significati le stesse frasi celebrative.
Occorre evitare di cadere nella tentazione di celebrare solo i traguardi di superficie e andare
ancora più a fondo, là dove si nascondono le ancore numerose falle da risanare e le pozze da
bonificare.
Il valore cardine, consegnato dalle Madri e dai Padri Costituenti alle future generazioni, risiede
nel principio di eguaglianza e una repubblica radicata sul quel principio deve affrontare oggi le
sfide che nascono da quelle differenze che possono essere una pericolosa apertura alla
discriminazione: dalle condizioni di salute alla capacità economica, dall’orientamento sessuale
all’appartenenza ad un credo e ad una razza diversa, senza che ciò comporti uno snaturamento
della propria identità storica e istituzionale.
Per realizzare quest’importante operazione politica, una condizione non è negoziabile: quella
della reciprocità dell’accettazione e del rispetto.
La sfida più importante della Repubblica Italiana si gioca, oggi, sul piano della tolleranza e
dell’inclusione, ma ciò che non potrà mai essere messo in discussione sul tavolo delle trattative
è la recessione dalla difesa dell’ordine costituito, dal rispetto della compagine sociale e di tutto
quanto è stato conquistato con il prezzo altissimo del sacrificio personale degli uomini e delle
donne che sognavano la Repubblica italiana.
È la politica italiana matura abbastanza da riuscire a superare la litigiosità delle fazioni, per
affrontare le nuove sfide e puntare al bene comune con la stessa capacità di mediazione e di
sintesi dialettica che ebbero i propri predecessori, ottant’anni or sono?
L’interrogativo è aperto!
Nel testo del messaggio del Presidente della Repubblica ai Prefetti in occasione del 2 giugno, è
vibrante il richiamo alla missione che gli Alti Funzionari devono ricoprire per tutelare quel
“nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà, spinto da una
intensa sete di pace.” Proclama, il Presidente: “I valori della Costituzione vivono nell’azione di
quanti si pongono al servizio della collettività”, laddove il servizio richiede di superare le mere
adempienze burocratiche e di sviluppare quella capacità di ascolto, che può intercettare nuove
istanze ed “elaborare risposte efficaci”.
Un invito, che è anche una bozza di programma di più ampio respiro, da estendere a tutti i
rappresentanti delle Istituzioni civili, ma anche ai rappresentanti del mondo associativo, a quei
corpi intermedi, attraverso cui la partecipazione democratica alla vita della Repubblica si
manifesta e si realizza concretamente, nello spirito dei suoi valori fondanti.
Viva la democrazia! Viva l’Italia! Viva la Repubblica!





