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Youssef Siher: sospettato, criminale, martire o eroe?

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Youssef Siher: sospettato, criminale, martire o eroe? Se la cronaca ci restituisce un profilo
camaleontico del ricercatore e attivista bresciano, accusato di essere la “mente” delle violente
proteste che hanno devastato la città di Milano lo scorso 17 ottobre, solo la storia potrà, fra qualche
tempo, consentire di formulare un giudizio obiettivo sul suo operato e sul suo ruolo in questo
frangente così complicato della vita sociale del Paese.
Per tali ragioni, nello spazio riservato a questa rubrica, non si prenderà posizione sulla vicenda;
cionondimeno potranno condividersi alcune riflessioni, di portata più ampia. Né spetta a queste
righe anticipare valutazioni che competono alla magistratura, chiamata ad accertare responsabilità e
circostanze dei fatti contestati.
Innanzitutto, sin dai momenti successivi al suo arresto e alla diffusione del suo profilo
professionale, la reazione è stata di stupore, non perché Siher sia cittadino italiano di seconda
generazione, ma proprio per il suo curriculum.
Siher ha un percorso di studi e accademico di prim’ordine: laurea triennale in Scienze umanistiche
per la comunicazione e laurea magistrale in Scienze Politiche e di Governo presso l’Università
Statale di Milano; master in politica internazionale (geopolitica del Medio Oriente e del Nord Africa
e Islam politico); research trainee presso l’Osservatorio sul Medio Oriente e Nord Africa dell’ISPI,
l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, sul cui sito web ha anche un profilo.
Quanto sopra contrasta con le frasi pubblicate sulle piattaforme social “Movimento 17 ottobre” da
lui create: “La rivoluzione, quando avverrà, sarà contro l’Occidente”, “Una lotta armata per la
libertà non è né morale, né immorale: è una necessità”, “Noi non ci arrendiamo: vinciamo o
moriamo”. Non occorre una valutazione di tipo socio-psicologico per ritenere quantomeno
preoccupanti queste affermazioni, soprattutto se affidate ad una comunicazione aperta ad
interlocutori eterogenei e non adeguatamente preparati a “filtrare” l’essenza del messaggio.
Naturalmente, la radicalità di un pensiero, per quanto discutibile, non coincide automaticamente con
la partecipazione ad atti violenti. Tuttavia, quando determinate idee assumono la forma
dell’esaltazione della lotta armata o dello scontro come mezzo di affermazione politica meritano
una riflessione critica che prescinde dagli esiti giudiziari della vicenda.
E la domanda che s’insinua è come possa una persona, che si è elevata culturalmente, ritenere la
lotta violenta un valido strumento per ottenere riconoscimento e affermazione delle proprie idee.
È legittimo il pensiero dissenziente, così come sono auspicabili la critica politica e la contestazione
ideologica: una comunità cresce e si fortifica attraverso una contrapposizione dialettica.
Ciò che è inaccettabile è l’incitamento a strumenti di lotta violenta e allo scontro di piazza per
l’affermazione di quelle stesse idee, anche contro chi è preposto a tutelare la sicurezza e l’ordine
pubblico.
E arriviamo al nodo della questione: se si è sempre pensato che la cultura sia lo strumento attraverso
cui raggiungere obiettivi condivisi, come e quando s’innesca quel cortocircuito che trasforma i dotti
e i sapienti in cultori della “lotta violenta”?
La storia, che non cessa mai di essere maestra, fornisce illustri esempi di grandi intellettuali, così
convinti dell’assolutezza del proprio pensiero da essere disposti a compromettere tutto, ordine
sociale compreso, pur di vederne l’affermazione. E spesso questo progetto prevede il
coinvolgimento, o meglio la strumentalizzazione, di giovani e disagiati, come pedine sullo
scacchiere della lotta armata.

Il pensiero corre immediatamente ad una storia recente, che ha lasciato strascichi fino ad oggi, a
Renato Curcio, mente ideologica e teorico delle Brigate Rosse, e a Toni Negri, il “cattivo maestro”.
Andando a ritroso, il fenomeno del “tradimento dei dotti” richiama figure di grandissimo spessore
culturale, come Robespierre, per cui il “Terrore” era uno strumento temporaneo e difensivo della
virtù (amore per la patria e l’uguaglianza), finalizzato a salvare la Repubblica dai suoi nemici, o
come Lenin, per cui la violenza di classe era uno strumento indispensabile per “spezzare” la
resistenza degli sfruttatori.
Su altro fronte, esistono fortunatamente intellettuali che hanno saputo fare della cultura uno
strumento attraverso cui compiere un’analisi chirurgica della violenza e degli effetti che ad essa si
ricollegano. Fra questi, il palmese Domenico Antonio Cardone, filosofo, poeta e scrittore, di cui
quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla morte.
Scriveva Cardone: “Si vis pacem, para pacem”, “Se vuoi la pace, prepara la pace”, profondamente
convinto che “la pace non si custodisce nell’ombra delle armi, né si fortifica minacciando la
distruzione dell’altro. La pace esige un’architettura autonoma, morale e culturale; si regge solo se
l’uomo si educa a preparare la pace stessa in ogni istante della vita civile, poiché la violenza genera
inevitabilmente altra violenza in un circolo vizioso che solo il pensiero critico può spezzare”; e
ancora “senza una cultura che educhi al disarmo interiore, ogni istituzione politica rimarrà fragile
guscio esposto alla barbarie”.
La riflessione di Cardone si muove esattamente in direzione opposta rispetto agli intellettuali armati
di dogmi: per il filosofo di Palmi la cultura non doveva cedere ad un indottrinamento per la lotta,
ma essere uno strumento per affrancare l’uomo dalle vili passioni, facendo della parola scritta un
atto di profonda resistenza civile.
Un altro visionario illuminato, Adriano Olivetti, diceva: “Noi crediamo nella virtù rivoluzionaria
della cultura, che dona all’uomo il vero potere”.
È questo l’apporto che ci si aspetta dagli intellettuali di oggi: che recuperino una lezione “vecchia”
di oltre un cinquantennio, per farne strumento di critica istituzionale, di dialettica politica, di
progresso sociale.
Di certo non una cultura che giustifichi la violenza quale strumento di affermazione delle idee. Ed è
per questo che le affermazioni attribuite agli avatar social riconducibili a Youssef Siher,
indipendentemente dalle responsabilità che saranno eventualmente accertate, appaiono lontane da
quella funzione civile e pedagogica che dovrebbe appartenere all’intellettuale. La giustizia seguirà il
proprio corso; sul piano culturale, invece, resta aperta una domanda: come può la cultura
trasformarsi talvolta nella giustificazione del conflitto e della violenza?