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Trucioli e Tempere, la nuova rubrica che racconta i libri oltre la cronaca

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Nasce oggi una nuova rubrica, che sarà ospitata negli spazi d’Inquieto Notizie: si chiamerà
“Trucioli e Tempere” e si parlerà di libri e di autori.
Ci pensavamo già da un po’, motivati dall’esigenza di far conoscere i contenuti della produzione
letteraria, nel momento in cui esce dal circuito editoriale e incontra il pubblico. Volevamo che
fosse una rubrica libera dai dettagli dell’evento e dalle consuete menzioni di saluti istituzionali
e di ospiti; meno cronaca e più emozioni, quelle che si materializzano nel flusso di sensazioni
fra autori, autrici e pubblico, quando le storie raccontate trovano nuovi spazi da abitare.
Perché chiamarla “Trucioli e Tempere”?
L’idea è venuta osservando i bambini, che con meticolosità temperano matite e pastelli di
legno, come piccoli artigiani che affilano gli strumenti con cui si metteranno all’opera,
producendo una quantità formidabile di “truciolini” arricciati, spesso lasciati cadere sui banchi
e sul pavimento.
Le “tempere” sono la prima prova artistica degli alunni, quella più evoluta, a cui si arriva dopo
i pastelli e i pennarelli, per definire con un tratto proprio le sfumature emotive del momento.
Insieme “Trucioli e Tempere” riflettono l’idea di un lavoro “artigianale”, personalizzato e
intimo, che nasce sulla spinta emotiva del momento, per diventare un bozzetto condiviso.
Ringraziamo chi, incuriosito, vorrà sentirsi coinvolto in questo nuovo percorso.


Il primo profilo di “Trucioli e Tempere” è dedicato a Roberta Recchia, ospite del primo salotto
letterario del Mondadori Point di Palmi, con il suo secondo libro, “Io che ti ho voluto così
bene”, edito da Rizzoli.
Se l’opera, già vincitrice del Premio Selezione Bancarella 2026, risulta uno dei libri più amati,
la sua Autrice dimostra non solo di essere un’eccellente scrittrice, ma anche una bravissima
narratrice: durante l’incontro con il pubblico, esplora gli accadimenti storici e i percorsi emotivi
del suo romanzo con chiarezza e puntualità, scattando istantanee di personaggi e situazioni,
senza temere lo spoiler della trama. Sa Recchia, da brava insegnante, che la narrazione è solo il

mezzo per raggiungere approdi più reconditi e nascosti, quelli in cui mente e cuore fanno da
ponte fra sé e la vita, con tutte le sue imprevedibili evoluzioni.
Piace la pacatezza con cui racconta, sé e il romanzo, impennando a tratti con qualche opportuna
e pertinente frase o parola di uso non così comune, ma senza mai fare sfoggio, in modo
naturale.
E il racconto si popola, piano piano, dei suoi protagonisti: Luca Nardulli, la madre Lilia e il
padre Tommaso, e poi zio Umberto, zia Mara e le loro due figlie, i componenti della famiglia
“vicaria” in cui Luca viene scaraventato in seguito al tragico evento che ne sconvolge la
tranquilla e quasi monotona esistenza. L’altro protagonista è un femminicidio, quello di Betta,
che rende tremendamente attuale e realistico ciò che non può restare confinato nelle pagine del
romanzo.
L’opera appartiene al genere del “romanzo di formazione”, con una calibratura che racconta le
emozioni, come dolore, vergogna e perdita di certezze, dal punto di vista dei “sopravvissuti”
alla tragedia, di coloro che non hanno commesso il male, ma ne patiscono ancor di più le
conseguenze.
Il finale, non pienamente rivelato durante l’incontro, lascia intravedere una possibilità di
rinascita, ma non è questo l’obiettivo del romanzo: è il percorso di crescita e di rielaborazione
dei fatti della vita ad attrarre e ad avvicinare il potenziale lettore, quel sottile ponte fra il sé dei
personaggi e il sé di ciascuno, in cui ritrovarsi e riscoprirsi, nell’alternarsi e variegato evolversi
della vita.