Tragedia alla tendopoli, l’analisi di Francesco Rao

"In mancanza di un segnale forte la risposta sarà chiara, il Meridione dovrà morire lentamente e da solo"

Incendio alla tendopoli febbraio 2019

Pubblichiamo l’intervento del sociologo Francesco Rao dopo l’incendio alla tendopoli in cui è morto Moussa Ba: (da francescorao.it)

Continuiamo ad assistere agli ennesimi titoloni in prima pagina e nei Telegiornali e probabilmente vedremo anche le ennesime sfilate di politici ed autorità, civili, militari e religiose.

British il buon caffè della Piana Ape maia il buon caffè della Piana

Una verità è certa: non si può accettare questo stato di cose chiudendosi nel silenzio e continuando a voltarsi dall’altra parte.

Francesco Rao
Francesco Rao

Il costante stato di emergenza, vissuto nel nostro Sud, sta divenendo, tanto per noi quanto per le numerose persone che hanno raggiunto il territorio italiano, per scappare da guerre e povertà, un triste destino volto ad accomunare e distruggere le sorti di quanti vorrebbero invece continuare a nutrire la speranza di poter vivere, senza dover essere costretti ad emigrare oppure a concludere la propria esistenza nei modi più impensabili e disumani.

Oggi, la mia riflessione è rivolta al giovane ventottenne, arso vivo durante il sonno dall’incendio propagatosi all’interno della baraccopoli di San Ferdinando, le quali cause ancora non sono state chiarite. Forse, in pochi saranno a conoscenza della quotidianità di queste persone.

In realtà, loro muoiono e rivivono ogni giorno. A mietere queste vite umane, oltre alla morte, c’è un mondo più grande di quanto si possa immaginare chiamato lavoro nero, con annessi e connessi. Per quanti sogliono percorrere le strade provinciali, sin dalle prime ore del mattino, oppure all’imbrunire, non sarà passato inosservato il peso della sfida quotidiana, compiuta da centinaia di Migranti, intenti a raggiungere i terreni dove verranno comandati a raccogliere le arance o le clementine per meno di trenta euro al giorno, dovendo a volte fare i conti anche con il caporalato e cibandosi prevalentemente di arance e panini. Nella baraccopoli non c’è acqua calda, non ci sono riscaldamenti.

Si va avanti con fornelli a gas e con fuochi accesi per avere un po di calore o per asciugare i panni quando le temperature raggiungono zero gradi. Queste persone, per spostarsi non usano macchine o furgoni. Utilizzano biciclette, sprovviste di luci e percorrono le principali arterie stradali interne, dove son presenti numerose curve e spesso la carreggiata è stretta al punto tale da divenire anche un vero e proprio pericolo per gli automobilisti, soprattutto in occasione dei temporali invernali quando si riduce notevolmente la visibilità. Non può essere più giustificata la persistenza di una costante emergenza, trasformata in soluzione tampone e destinata ad essere tradotta in un vero e proprio fallimento dello Stato.

Moussa Ba
Moussa Ba

Dobbiamo avere il coraggio di non rifugiarci nella tautologia, occorre iniziare a chiamare per nome e cognome tutto ciò che ci circonda, identificando, di volta, in volta cause, effetti e responsabilità. Quando si registrano fatti destinati ad ardere vite umane, unitamente ad esse si spegneranno anche le speranze di una popolazione.

Nella giornata successiva all’ultimo incendio avvenuto nella baraccopoli di San Ferdinando la notte del 15 Febbraio 2019, il Ministro dell’Interno ha reso nota sua decisione, volta a far sgombrare la baraccopoli di San Ferdinando, realizzata con lamiere, cartone e impermeabilizzata con teloni di plastica. Probabilmente, questa soluzione potrà essere immediatamente praticata ma sicuramente non risolverà il problema definitivamente.

A breve, moltissime di quelle persone che risiedevano a San Ferdinando si sposteranno in altre regioni d’Italia per lavorare tutta l’estate alle dipendenze di produttori di pomodori, angurie ed ortaggi vari. Piaccia o no, il prossimo autunno la baraccopoli si riformerà nuovamente, come avviene ormai da molti anni in quanto a decidere la presenza dei Migranti è la domanda di lavoro proveniente dal mondo agrumicolo. Probabilmente verrà scelta una nuova località, sempre vicina al luogo di lavoro, ma in prossimità del centro nevralgico dell’agricoltura pianigiana.

La comunità dei Migranti tornerà ad immettere la propria forza lavoro nel settore dell’agricoltura e le biciclette continueranno a circolare lungo le strade e, forse, saremo costretti a rivivere le strazianti notizie fornite dai media. Tutto ciò dovrà perpetuarsi all’infinito, portandoci all’assuefazione, oppure esiste una soluzione? Seppur non sia di mia competenza, l’indicazione della strada da seguire per risolvere questa delicatissima circostanza, da studioso di fenomeni sociali e da osservatore speranzoso, credo possa esserci.

A tal fine, è indispensabile prima di tutto identificare le due macro componenti del fenomeno osservato e, successivamente si dovrà normare il tutto prima dell’inizio della prossima campagna agrumaria. Senza mettere la testa sotto la sabbia, bisogna ammettere la mancata disponibilità della manodopera per effettuare la raccolta di agrumi alla luce del prezzo di mercato bassissimo riconosciuto ai produttori e destinato a non consentire nemmeno la copertura dei costi per regolarizzare i lavoratori. Cosa bisognerà fare:

  • Evitare la raccolta e compensare ai produttori i mancati introiti, mediante integrazione e azzerare il lavoro nero?;
  • Consentire l’assunzione dei Migranti, come lavoratori stagionali, con un regime contrattuale speciale e straordinario per un periodo limitato affinché possa essere possibile consentire la locazione di immobili a prezzo calmierato e la fruibilità di mezzi di trasporto pubblici con pagamento di biglietto per raggiungere i luoghi di lavoro?
  • Prevedere pene severe, come il sequestro dei terreni per quanti continueranno ad utilizzare manodopera in nero?

Questo Governo, tra le mille incombenze, dovrà riuscire a compiere il giro di boa in tempi brevissimi, attraverso scelte destinate a far valere tutte quelle ragioni volte a raggiungere finalmente una soluzione ben precisa, definitiva e destinata a divenire nel tempo una vera e propria opportunità per l’agricoltura e per il Meridione.

In Italia non c’è soltanto la baraccopoli di San Ferdinando, ma c’è molto di più e  si parla di ben 80 realtà analoghe. Forse è in atto una vera e propria distrazione di massa, tesa a mettere in secondo piano altri fenomeni sociali presenti nel territorio della Piana di Gioia Tauro? Cosa potrebbe accadere qualora venisse perso il controllo della bomba sociale attualmente in atto, costituita dalla sommatoria dell’incerto futuro dei  500 dipendenti MCT e delle loro famiglie e dai 1600 Migranti presenti nelle tendopoli e dintorni?

C’è poco tempo e non bisogna più occuparlo con interminabili riunioni destinate a produrre rinvii. Qualora fosse necessario, perché non si valuta l’attivazione di patti bilaterali, tra Italia ed i singoli Stati di provenienza dei Migranti? Governare questo fenomeno, non potrà essere competenza esclusiva dell’Italia o dell’Europa. Non dovrà nemmeno essere il pretesto per alimentare interminabili campagne elettorali. La cooperazione internazionale con un pieno coinvolgimento delle Nazioni Unite e della Chiesa, potrebbe fornire risultati sino ad ora mai raggiunti. Dobbiamo imparare a chiedere aiuto, non possiamo essere i primi della classe quando per decenni non siamo stati in grado di risolvere un problema così delicato e vitale. Con tutto il rispetto per il lavoro svolto sino ad ora a livello periferico, va registrato il profondo fallimento e la mancata capacità di creare soluzioni.

Il Ministro Salvini, dopo aver appreso il  giudizio della piattaforma Rousseau in merito alla Diciotti, insieme al Ministro dell’agricoltura Centinaio, si trasferisca in Prefettura a Reggio Calabria e rimanga presso quella sede sino a quando non verranno disposte scelte e norme atte a disciplinare la costante decadenza della fiducia e della speranza dei Calabresi.

In mancanza di un segnale forte la risposta sarà chiara: il Meridione dovrà morire lentamente e da solo.