La solitudine delle madri nell’indifferenza della società civile

0
330
Le Berceau

Di lei, inizialmente, si è saputo solo che ha 29 anni, che vive a Padova e che in una fredda mattina d’inverno ha ucciso il suo bimbo di 5 mesi.

“Shaken baby syndrome”, sindrome del bimbo scosso: così è stato etichettato il trauma del piccolo, come se qualificarlo in modo scientifico potesse valere a riscattare il gesto inconsapevole e disperato di una giovane madre.

Poi è seguita l’attesa, trepidante, dell’evoluzione del quadro clinico del piccolo, ricoverato nel reparto di terapia intensiva della clinica pediatrica del capoluogo veneto, sperando che la luce del Natale potesse riaccendere la speranza, riportando indietro le lancette dell’orologio e cancellando quei brevissimi secondi che hanno delimitato il passaggio dalla vita alla morte.

Così non è stato. Dopo sette giorni di attesa, il piccolo non ce l’ha fatta: angelo fra gli angeli vivrà in altri bambini, a cui, per volontà dei suoi genitori, ha donato una parte di sé.

E, intanto, filtrano dettagli sulla sventurata madre: è sposata e ha una figlia di un anno e mezzo, che è stata affidata ai nonni, perché lei, adesso, dovrà rispondere dell’accusa di “omicidio colposo”.

La “infallibile” macchina delle istituzioni si è attivata: servizi sociali, magistratura, medici, esperti a vario titolo, tutti pronti a fare quadrato intorno alla vicenda e ad offrire il proprio contributo per la complessa e delicata gestione del caso.

Sorge una domanda: dove erano quelle stesse istituzioni quando quella giovane madre scuoteva suo figlio, dopo una notte insonne, nella speranza di calmarlo e di farlo addormentare?

Dove era la rete dei supporti familiari, quando lei doveva gestire, in una fredda mattina d’inverno, due bambini con solo tredici mesi di differenza d’età?

C’è qualcosa di diverso, in questa assurda tragedia, rispetto a tutti gli altri episodi di infanticidi a cui, purtroppo, la cronaca ci abitua con sempre più frequenza?

C’è solo la solitudine di una donna, che, per convenzioni sociali per nulla credibili, sente il peso del mondo su di sé, catapultata, in poco più di 18 mesi in una realtà fatta di poppate, pianti inconsolabili, cambi spasmodici di pannolini, notti insonni prolungate, trascorse a prosciugare progressivamente una parte di sé, per alimentare due vite.

Prodigio della maternità!

Ma anche sofferenza, logorio, demolizione di ciò che una donna è prima della maternità.

Fino a quando, una mattina, una involontaria, imprevedibile, incontrollabile disperazione non fa oltrepassare il limite e in pochi secondi un gesto quasi automatico distrugge per sempre la vita di una persona.

Dagli altari alla polvere il passo è breve. E ciò che rimane è ancora l’effigie di una donna rimasta sola, con il proprio dolore e la propria disperazione, che deve piegarsi per una seconda volta al “ratto della maternità”, nel momento in cui il cordone di aiuti che le si è materializzato attorno nuovamente si dissolve, portandosi via anche l’altra figlia.

Rimarrà solo Lei alla barra, a spiegare, a cercare di fare capire, a chiedere un’assoluzione, sul piano morale prima ancora che su quello giuridico; ma nella lista degli indagati dovrebbe essere iscritto il nome di tutti noi, di tutti coloro che promuovono l’empowerment femminile, la parità di genere e la demolizione dei tetti di cristallo, ma che ancora non si avvedono che nella vita di una donna esiste una fase in cui le lotte per l’emancipazione e il riconoscimento delle capacità femminili tristemente si arrestano, fagocitate dal burnout della quotidianità; in cui le rivoluzioni copernicane auspicate e promosse non riescono a demolire schemi, ritmi, abitudini di vita, che continuano ad essere medievali.

E la donna, ogni donna, si trova contesa, in uno spietato tiro alla fune, fra l’ostentazione di un modello di perfezione, che la rappresenta moglie, madre, lavoratrice in carriera, e la solitudine delle notti insonni, trascorse a vegliare una culla, in cui il tarlo della lacerazione fisica e psicologica si nutre delle sue migliori risorse, scavando varchi e lasciando vuoti incolmabili, che la renderanno debole e vulnerabile.

Il primo pensiero di questo nuovo anno va a quella giovane donna e al precipizio in cui è inconsapevolmente scivolata; ma va anche a tutti noi, membri attivi della società “civile” e in via di emancipazione, che avremmo dovuto con più prontezza costruire quella rete di protezione che, non avrebbe impedito la caduta, ma avrebbe salvato una madre e un figlio dal baratro.

A cura dell’avvocato Anna Pizzimenti

Responsabile Sezione “Studi Giuridici” della scuola “G. Sergi”