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Il sindaco di Gioia Tauro, Simona Scarcella, chiede l’intervento delle istituzioni dopo due gravi intimidazioni rivolte alla sua famiglia.

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Una lettera dai toni accorati, ma al tempo stesso improntata a una precisa rivendicazione istituzionale. È quella che il sindaco di Gioia Tauro, avvocato Simona Scarcella, ha inviato ieri alla presidente della Commissione parlamentare antimafia, onorevole Chiara Colosimo, per sottoporre alla sua attenzione una vicenda che, secondo quanto denunciato dalla prima cittadina, investe direttamente la sicurezza della sua famiglia e il rapporto tra cittadini, amministrazioni e istituzioni dello Stato.

La missiva, il cui contenuto è stato reso noto dal sindaco, si inserisce in un contesto già segnato dall’invio, lo scorso 10 aprile, di una commissione di accesso presso il Comune di Gioia Tauro da parte del prefetto di Reggio Calabria, incaricata di verificare l’eventuale sussistenza di infiltrazioni mafiose. Scarcella precisa, tuttavia, che il suo appello non intende intervenire direttamente sulle attività della commissione, bensì richiamare l’attenzione su «interessi supremi, meritevoli di tutela» e su una situazione che ritiene doveroso portare all’attenzione del Parlamento.

«Ho denunciato le criticità e adottato provvedimenti concreti»

Nella lettera, il sindaco ricorda di essersi accorta, subito dopo il proprio insediamento, di «gravi criticità» all’interno dell’ente, alcune delle quali, a suo dire, riconducibili a possibili infiltrazioni di carattere criminale. Circostanze che l’amministratrice afferma di avere segnalato tempestivamente alla Prefettura e alle forze dell’ordine, accompagnando le denunce con provvedimenti concreti adottati «nell’interesse supremo della legalità e della trasparenza».

Atti che, sottolinea Scarcella, sono stati consegnati anche alla commissione di accesso.

La sindaca precisa che alcune parti della lettera sono state omesse perché riservate. I passaggi contrassegnati con «omissis» riguardano, pertanto, elementi che non vengono resi pubblici e che, secondo quanto riferito, sono stati sottoposti alle autorità competenti. Il comunicato si limita a riportare i contenuti e le contestazioni espressamente rese note dalla prima cittadina, senza anticipare né ricostruire le parti coperte da riservatezza.

I proiettili nella busta e la nuova minaccia alla famiglia

Il passaggio più drammatico della missiva riguarda due episodi che il sindaco dichiara di avere denunciato alle autorità.

Il primo risale al dicembre 2025, quando Scarcella afferma di avere ricevuto presso la propria abitazione una busta anonima contenente un messaggio di auguri per le festività e, all’interno, sette proiettili, quattro dei quali, secondo la sua ricostruzione, di calibro riconducibile al Kalashnikov e tre calibro 9×21 Parabellum.

Il fatto, riferisce la sindaca, venne immediatamente denunciato ai carabinieri e alla Prefettura. Nella lettera, Scarcella sostiene che tale segnalazione non avrebbe prodotto, a suo avviso, un intervento di tutela da parte delle istituzioni preposte.

Il secondo episodio, ancora più grave per le sue implicazioni familiari, viene collocato al 25 agosto scorso. Una nuova missiva anonima, recapitata direttamente presso la sua abitazione, avrebbe contenuto una minaccia esplicita: «Se scrivi ancora ti scanniamo i figli e il cane».

Parole che il sindaco definisce «una minaccia terribile», anche alla luce delle abitudini quotidiane dei suoi due figli, di 24 e 19 anni, che, secondo quanto riferito, escono ogni sera con il cane di famiglia.

«Chi l’ha scritta — afferma Scarcella nella lettera — sapeva non soltanto che io avevo denunciato fatti e circostanze molto gravi prima alle forze dell’ordine e poi alla commissione di accesso, ma ha dimostrato di conoscere bene le abitudini dei miei figli».

La richiesta di tutela e il silenzio denunciato

Il giorno successivo, 26 agosto, la sindaca dichiara di avere scritto alla Prefettura di Reggio Calabria per denunciare l’intimidazione e chiedere l’attivazione delle forme di tutela previste dalla legge.

Scarcella lamenta, tuttavia, di non avere ricevuto alcuna risposta, «nemmeno una telefonata di cortesia, neppure una comunicazione di tipo formale».

Dopo avere reso pubblica la vicenda attraverso gli organi di stampa, riferisce di avere appreso, a distanza di undici giorni, che la Prefettura aveva comunicato la convocazione di una riunione tecnica di coordinamento, motivandola con «notizie apprese sui social».

È proprio su questo punto che la prima cittadina concentra una parte rilevante della sua contestazione: la mancata, a suo dire, comunicazione diretta dell’avvenuta riunione e delle determinazioni assunte. Un’assenza che, secondo Scarcella, lascia irrisolto il nodo centrale della sua richiesta: conoscere quali misure di protezione lo Stato intenda concretamente adottare nei confronti suoi e della sua famiglia.

«Due ragazzi innocenti non possono vivere agli arresti domiciliari»

Nella lettera, il sindaco descrive con particolare partecipazione la condizione dei suoi figli, che, a suo dire, da dodici giorni vivono una sorta di «arresto domiciliare forzato» per timore delle conseguenze della minaccia ricevuta.

Scarcella osserva inoltre che, secondo quanto da lei riferito, i responsabili dell’intimidazione sarebbero stati ripresi dalle telecamere di sorveglianza, mentre, a suo dire, continuerebbero a circolare liberamente.

Un’affermazione che la sindaca affida alle autorità competenti, ma che utilizza per porre una domanda di carattere generale: come può uno Stato di diritto garantire sicurezza a chi denuncia la criminalità organizzata, se la vittima di una minaccia non conosce neppure quali forme di tutela siano state predisposte?

L’appello alla Commissione antimafia e al ministro dell’Interno

Il sindaco di Gioia Tauro chiede alla presidente Colosimo che il suo intervento venga portato all’attenzione del Parlamento, affinché possa conoscere «quali sono le misure di tutela che si intendono adottare nei confronti della mia famiglia per le gravissime intimidazioni subite».

Chiede inoltre di essere audita dalla Commissione nazionale antimafia e di voler intervenire presso il ministro dell’Interno affinché a Gioia Tauro venga garantita «quella giustizia che la popolazione si aspetta».

La lettera richiama anche il clima di indignazione che, secondo Scarcella, si sarebbe diffuso in città, dove l’opinione pubblica starebbe organizzando manifestazioni pubbliche per esprimere il proprio dissenso rispetto alla gestione della vicenda.

Il richiamo a Ilaria Cucchi e la domanda finale

Nel passaggio più personale, la sindaca richiama la figura di Ilaria Cucchi, riconoscendole la tenacia con cui ha portato avanti una battaglia per la giustizia anche di fronte alle istituzioni dello Stato.

Un riferimento che Scarcella introduce non come confronto politico, ma come esempio di una donna che ha saputo trasformare una vicenda familiare in una battaglia civile.

«Mi chiedo se io da madre debba aspettare che i miei figli vengano ammazzati per uno Stato che fa finta di non vedere e di non sentire», scrive.

E ancora: «Mi chiedo se la città di Gioia Tauro sia terra di nessuno o faccia parte dello Stato italiano, sia soggetta alle leggi della Costituzione, e se per un sindaco valga la pena denunciare la criminalità organizzata».

La conclusione è affidata a una domanda che racchiude l’intero senso della missiva:

«Da chi mi devo difendere? Da chi li devo difendere? Dalla criminalità organizzata o dallo Stato?»

Una domanda che il sindaco rivolge alla presidente della Commissione antimafia e, attraverso di lei, alle istituzioni nazionali, chiedendo che la vicenda non venga lasciata nel silenzio e che alla sua famiglia venga garantita una risposta concreta.