Delitto Pioli: ieri in aula la testimonianza del padre di Fabrizio

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Il tribunale di Palmi
Il tribunale di Palmi

Fabrizio Pioli
Fabrizio Pioli
PALMI – Quando è la volta di Antonio Pioli sono da poco passate le 20. Antonio è il padre di Fabrizio, l’elettrauto gioiose scomparso da Melicucco il 23 febbraio del 2012 e ritrovato cadavere poco più di un anno dopo, sepolto in un terreno alla periferia di Melicucco.

In aula bunker a Palmi, dove dinanzi alla Corte d’Assise si sta celebrando il processo a carico di Antonio Napoli, della moglie Rosina, del figlio Domenico e del nipote Francesco – tutti accusati a vario titolo di concorso in omicidio ed occultamento di cadavere – Antonio Pioli è stato sentito quale teste citato dalla pubblica accusa, rappresentata dal sostituto della Dda di Reggio Giulia Pantano, all’epoca dei fatti in servizio nella Procura di Palmi.

«Ho conosciuto Simona pochi giorni prima della scomparsa di mio figlio – spiega Pioli alla Corte – Ci siamo visti 2, o al massimo 3 volte. Lei è venuta a trovarlo in officina la prima volta che l’ho vista; ricordo che abbiamo scambiato pochissime parole. La volta successiva è venuta a casa, perché Fabrizio stava poco bene, ed è stato quella volta che le ho anche offerto un caffè».

I ricordi di Antonio Pioli sono a tratti sfocati; dice di non ricordare alcune cose, forse perché non avrebbe mai pensato di doversi trovare un giorno a parlare del proprio figlio che non c’è più, dinanzi a dei magistrati, e non ha quindi focalizzato passo passo quegli eventi, per lui all’epoca normali.

«Quel 23 febbraio del 2012 – prosegue Pioli – mio figlio ha chiuso l’officina intorno alle 13 ma non è tornato a casa. Quando si è fatta ora di pranzo, l’ho chiamato, perché lui mi avvisava se faceva ritardo o se non pranzava con me. Il cellulare era però staccato. Intanto si fa pomeriggio, e ricevo una telefonata in officina: era Simona e mi chiedeva se Fabrizio fosse in casa. La ragazza era agitata, non mi ha detto altro ed ha riattaccato».

Una chiamata anomala, che ha spinto Pioli a mettersi in auto insieme ad un amico e ad andare fino a Mammola, alla ricerca di una certa “Simona Veneto”. Sapeva infatti che quello era il nome della ragazza, che credeva provenisse da Mammola. «Nessuno conosceva quella ragazza, ci dicevano che non esisteva nessuna persona con quel nome», ha detto ancora Pioli, che ha anche riferito di essere rientrato a Gioia Tauro.

Ed ecco una seconda chiamata, sempre di Simona. «La sentivo ancora agitata – ha detto Antonio Pioli – e solo allora mi ha detto di aver visto Fabrizio litigare con il padre e con una terza persona, forse il fratello, allo svincolo di Melicucco, e di essere preoccupata per lui». Pioli ha capito che qualcosa non andava, e la telefonata dei carabinieri di Gioia Tauro subito dopo, che lo informavano di quanto riferito da Simona Napoli ai colleghi di Marina di Gioiosa, è stata per l’uomo la conferma che qualcosa di grave era accaduto.

Le indagini erano già partite intanto; a Melicucco, paese dei Napoli, il comandante della stazione Salvatore Scuderi, appresa la notizia della scomparsa di un ragazzo e del possibile coinvolgimento dei Napoli, ha iniziato una serie di controlli. È stato Scuderi a riferire, in aula, i primi passi mossi nell’indagine, che all’inizio mirava alla ricerca di un giovane scomparso. Ieri è stata anche la volta dei marescialli Pettinato e Pace, in servizio rispettivamente al nucleo operativo di Gioia Tauro ed alla stazione di Melicucco, all’epoca dei fatti.