«Calabria mia, sognavo di tornare da te e invece tu…»

La riflessione di un lettore di Inquieto Notizie sulla situazione nella nostra regione e sui calabresi

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Ho sempre sperato un giorno di poter tornare nella mia terra.

Non ho mai partecipato allo squallido gioco dei tanti detrattori che sembra non abbiano altro obbiettivo che affossare l’immagine di un’intera regione e del suo popolo. Mi sono sempre sforzato di vedere un bicchiere mezzo pieno.

Questo perché come una parte dei miei conterranei sono una persona fortunata, ho un lavoro ed un carattere che mi rende intraprendente ed ottimista.

Se l’aeroporto di Lamezia non permette di andare dove voglio mi armo di pazienza, pago un pieno di benzina e cercherò un volo che parta da Napoli o da Roma. Per andare al cinema, per correre in ospedale, per praticare o per guardare lo sport che ami, in Calabria è sempre richiesto di asciugarsi il sudore dalla fronte, prima e dopo. Un po’ come in quelle pellicole americane ambientate nel Mid-West in cui vivendo in una fattoria sperduta trai campi il papà deve prendere il furgone impolverato anche per andare a comprare lo zucchero.
Con l’unica differenza che qui si mangia decisamente meglio, c’è il mare, e la detenzione di armi da fuoco è punita dal codice penale, per intenderci.

Ho imparato guardando le persone più grandi di me, che pur vivendo sulla punta dello stivale non c’è nessun disagio a cui non si possa sopperire con una buona dose intraprendenza e con la voglia di rimboccarsi le maniche. Basta avere sempre il pieno e saper sacrificare il bene più prezioso, il proprio tempo.

Penso che i calabresi non abbiano davvero la testa dura come si dice spesso, ma al contrario abbiano una predisposizione mentale estremamente agile e aperta, se non altro per la necessità che contraddistingue chi mette in conto di dover viaggiare per sopravvivere. Piuttosto direi che abbiamo le spalle larghe ed è per questo che mai niente ha intaccato la mia speranza, il sogno di poter tornare a vivere con una nuova famiglia gli stessi luoghi che hanno rappresentato la cornice della mia.

La pandemia, il momento più delicato e drammatico della nostra epoca, ha scosso il mondo per come lo conoscevamo e ha mostrato tutti i problemi di questa terra. Ci ha fatto capire che la scatola è vuota, ha messo a nudo un’organizzazione che nemmeno negli anni 90 sarebbe stata accettabile. Un sistema che ha deciso di giocare con le armi del secolo scorso, uffici tutti carta, penna e telefono, prescindendo da qualsiasi grande innovazione del nostro tempo, come internet, per dirne una.

So che questo drammatico scenario accomuna tutto il paese e che non è solo la Calabria a rappresentare l’inadeguatezza della risposta alla crisi sanitaria, però qui questa pesa molto di più. In Calabria è arrivata un’onda molto più alta che ha coperto ogni cosa, compresa la nostra capacità di imbracciare il momento del bisogno e farcene carico.

Intere famiglie, grazie a Dio proverbialmente numerose, si sono viste chiuse in casa per far consumare i focolai tra le mura domestiche, vivendo il giorno nell’inquietudine della paralisi organizzativa e la notte nel terrore di dover correre all’ospedale ad ogni singolo attacco di tosse. Perché qui andare in ospedale rappresenta davvero un rischio, dove alla ricerca di una soluzione troppo spesso si trova un ulteriore problema, e siamo in tanti ad aver pianto per persone che probabilmente altrove avrebbero avuto un destino diverso.

Oggi, che hanno sbarrato le strade, smettiamo di essere un popolo di viaggiatori e siamo chiamati a fare i conti con una inedita realtà a circuito chiuso in cui non esiste l’opzione Roma, Milano o Bologna.
In questo stato di agitazione inizia uno spettacolo snervante, fatto di continui rimpalli ad uffici e strutture sanitarie, scandito dalla durezza di un telefono che squilla ad oltranza.
Nel frattempo la festa si allarga, anche le persone a te care sono confinate in casa, e nel giro di qualche giorno quella che era un vero e proprio battaglione da guerra fatto di zii, cugini ed altri affetti, tutti armati di sorriso e spirito di solidarietà, viene spazzato via e piomba nella stessa inquieta paralisi domiciliare.

Senza la nostra forza aggregativa noi calabresi siamo niente, barche a remi nel mare in tempesta, e oggi mi rendo conto con amarezza che non esiste un altro valido motivo per stare qui. Che tutto ciò di cui avremmo bisogno qui non c’è e che gli unici a pensare a noi, anche in un momento tanto disperato, siamo soltanto noi stessi.

E così, al ritmo dei telefoni che squillano a vuoto, la voglia di tornare al Sud va poco a poco scemando e rischia di passare del tutto anche a chi, come me, ci crede veramente.

La speranza è l’ultima a morire ma qui siamo rimasti in pochi.

Antonio Solano