«Avevo un bar e l’ho dovuto chiudere». Storia di Claudio, palmese che sta facendo i conti con errori e burocrazia

Il 41enne non ha avuto accesso al reddito di emergenza dopo la chiusura del bar a causa della pandemia, perché risulta percettore di reddito di cittadinanza. «Mai fatto domanda»

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«Non vale la pena lavorare onestamente». Sono le parole di un esercente, Claudio Inguscio, 41 anni, palmese, da sempre impiegato nel settore della ristorazione.

Pochi giorni aveva raccontato la sua storia al quotidiano “Gazzetta del Sud”; noi abbiamo voluto incontrarlo, per scambiare con lui qualche chiacchiera e raccogliere il suo grido di dolore.

«Se le cose stanno cosi meglio delinquere» – dice Claudio –  A 41 anni mi ritrovo a dover cambiare idea: non vale la pena essere onesti lavoratori».

Claudio si è ritrovato in una situazione al quanto assurda, molto più di altre.

All’inizio di questo periodo di crisi come altri negozianti, visto che era un suo diritto, ha fatto richiesta all’Inps per avere accesso al reddito di emergenza, i famosi 600 euro che spettano ai detentori di partita Iva; la sua domanda, però, è stata rifiutata perché risultato percepente reddito di cittadinanza.

Ma Claudio non ha mai fatto alcuna domanda per avere accesso al reddito di cittadinanza.

Non è stata l’unica vicissitudine negativa sotto il profilo burocratico e amministrativo per Claudio, il quale non sta ricevendo risposte neanche dal Centro dell’Impiego di Palmi, e si è trovato costretto a chiedere aiuto anche all’Amministrazione Comunale . 

Così Claudio si sfoga con noi e ci chiede di dare spazio perché tutti conoscano la sua esperienza.

«Dal 2016 al 2018 ho lavorato dentro il penitenziario di Palmi con la mansione di gestore del bar (spaccio della penitenziaria) per conto di una cooperativa di Reggio Calabria – racconta – Durante i 2 anni di lavoro ho chiesto sempre il contratto ma non ho mai ricevuto risposta. Ho fatto presente al direttore del penitenziario ed al commissario che non avevo regolare inquadramento, come previsto dalla legge, ma neanche loro si sono interessati, fino a quando dalla ragioneria è partita una pec indirizzata alla Cooperativa di Reggio Calabria, dove appunto chiedevano il mio contratto. Ma ancora una volta non ho avuto risposta. Ogni mattina continuavo tranquillamente a recarmi a lavoro in carcere, senza che nessuno si preoccupasse del mio problema. Il penitenziario è un luogo dove la legge dovrebbe regnare sovrana. L’ ispettorato del lavoro, insieme al mio legale, hanno seguito la mia causa e ovviamente con tutta la documentazione in mano hanno vinto la causa – ci dice Claudio – Ho ottenuto contributi full time per 20 mesi di lavoro e l’integrazione monetaria di Tfr, ferie non godute, straordinari, ma ancora, purtroppo, non ho percepito né contributi né soldi. Aggiungo che a seguito dei contributi non versati per il lavoro in carcere, non ho potuto usufruire dell’indennità di disoccupazione, motivo per il quale non ho fatto neanche richieste di reddito di cittadinanza, perché ho preferito aprire il mio piccolo bar e lavorare invece di passeggiare. Ma dopo solamente un mese ho dovuto chiudere a causa dell’emergenza Coronavirus; ho fatto richiesta per ottenere il reddito di emergenza, ma questa mi è stata rifiutata. Ribadisco: io non ho mai fatto richiesta di reddito di cittadinanza. Se quando si denunciano queste situazioni, le istituzioni non aiutano il cittadino, è lecito pensare che alla gente faccia più comodo vivere nell’illegalità».

Queste le parole forti di denuncia del palmese Claudio Inguscio, a cui ci sentiamo di fare un grosso in bocca al lupo, augurandogli di trovare al più presto la forza di ripartire, senza perdere la speranza. Già da domani, magari…