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Alaga, la Prefettura invia i richiedenti asilo ma non firma la convenzione per il Cas

L'associazione gioiese opera da centro accoglienza straordinaria dal mese di aprile

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Cas si, Cas no, Cas forse! E’ questa la situazione in cui si trova da mesi l’Alaga l’associazione gioiese che da circa 10 anni opera nel volontariato a Gioia Tauro aiutando i più bisognosi.

Nel mese di gennaio l’Alaga, che ha la sede in una villa confiscata al clan Molè nel quartiere Monacelli, è stata individuata dalla Prefettura come una delle strutture della Provincia di Reggio Calabria da adibire a Centro di accoglienza straordinaria, un luogo immaginato dalla normativa per sopperire alla mancanza di posti nelle strutture ordinarie e in cui la permanenza dovrebbe essere limitata al tempo strettamente necessario al trasferimento del richiedente asilo nei centri di seconda accoglienza, ma che nella realtà sono divenuti la modalità ordinaria di accoglienza dei migranti che fanno richiesta di asilo.

L’associazione, presieduta da Michele Verzì, affronta dei lavori per rendere la sede idonea e il 21 aprile riceve le prime 10 donne richiedenti asilo, inviate a Gioia Tauro dalla Prefettura.

I soci si danno da fare per rendere la permanenza delle loro opiti il più possibile serena perché molte di loro hanno alle spalle storie terribili di violenza e privazioni.

Continua a leggere dopo l’intervista al presidente Michele Verzì

Il Cas di Gioia Tauro inizia a operare senza avere una convenzione ma – secondo quanto riferito dal Michele Verzì – dalla Prefettura erano arrivate numerose rassicurazioni e anche altre strutture erano state avviate senza la sottoscrizione di un accordo. A maggio l’Alaga supera una prima ispezione da parte della Prefettura.

“L’unica cosa che gli ispettori ci hanno chiesto è stata la convenzione – ha raccontato il presidente – ma poi hanno contattato telefonicamente gli uffici di Reggio Calabria e hanno detto che era stata sottoscritta tra il comune di Gioia Tauro e la Prefettura”.

E’ tutta la diatriba ed i problemi che seguiranno dipendono infatti da quella convenzione sottoscritta il 19 aprile, due giorni prima dell’arrivo delle prime richiedenti asilo, dall’allora commissario alla guida del Comune, Domenico Fichera e dall’ufficio territoriale del Governo diretto dal prefetto Di Bari. In quel documento, senza però essere stata avvisata in alcun modo, viene individuata l’Alaga come il soggetto che avrebbe dovuto fornire la struttura mentre la gestione del servizio di accoglienza sarebbe dovuta andare a bando.

Durante l’estate l’Alaga ha superato positivamente altre due ispezioni, ha implementato il servizio di accoglienza e ha continuato attraverso l’opera dei volontari, a portare avanti tutte le attività che l’hanno resa un punto di riferimento per il territorio: il servizio ambulatoriale, la mensa, il doposcuola e la distribuzione di vestiti e di derrate alimentari.

A causa della mancata sottoscrizione della convenzione i soci hanno prima utilizzato i fondi dell’associazione e una volta terminati hanno iniziato ad autotassarsi per proseguire l’attività di accoglienza. Ad agosto il presidente e la vicepresidente Eleonora Mazzacua sollecitano con insistenza i dirigenti dell’area 4 della Prefettura. E a quel punto scoprono che la presenza della convenzione sottoscritta col comune di Gioia Tauro impedisce all’ufficio territoriale del Governo di regolarizzare la posizione del Cas di Gioia Tauro.

“Quando abbiamo minacciato di sospendere il servizio – ha detto ancora Michele Verzì – ci hanno organizzato un incontro urgente con la terna commissariale che guida il comune di Gioia Tauro. I commissari hanno detto che in quella convenzione ci sono diversi errori e che il comune di Gioia Tauro avrebbe fatto in breve tempo tutti i passi necessari per renderla nulla”.

Passano i giorni, non accade niente e nel frattempo ci sono anche alcuni avvicendamenti alla guida degli uffici reggini che rendono ancora più difficili il dialogo.

“Il trattamento che ci è stato riservato ci ha profondamente amareggiato – ha detto Eleonora Mazzacua – il precedente dirigente dell’area 4 aveva dimostrato grande disponibilità mentre chi è arrivato in quell’ufficio ci ha chiuso la porta in faccia e ci ha risposto solo quando abbiamo fatto scrivere una lettera formale dai nostri legali”.

La risposta a cui fa riferimento la vicepresidente dell’Alaga arriva pochi giorni fa ed è una telefonata in cui si dice che il Centro di Accoglienza deve essere chiuso e le ospiti trasferite a Bagnara. Le quattro ragazze attualmente presenti nella struttura rifiutano il trasferimento perché non hanno una carta scritta che glielo comunichi e soprattutto perché l’Alaga è diventata per loro una famiglia.

“Questo non è un palazzone dove si contano solo i numeri e si pensa agli incassi – ha detto Francesco Ierace, uno dei legali dell’associazione – conosciamo per nome le ragazze, le loro storie, le stiamo aiutando per le pratiche burocratiche: è una realtà umana, l’accoglienza come la intendiamo noi».

A sconvolgere i protagonisti di questa vicenda è che a venire meno agli impegni presi sia stata la Prefettura e quindi lo Stato, lo stesso Stato che si rivolge all’Alaga quando c’è da fornire i pasti per uno sbarco improvviso o per consentire alle persone condannate l’esecuzione delle sanzioni penali non detentive e delle misure alternative alla detenzione.

L’associazione ha operato da Centro di accoglienza straordinaria per 5 mesi e lo sta continuando a fare, ha superato senza problemi tre ispezioni e si è fidata delle rassicurazioni ricevute dall’ufficio del governo.

L’Alaga può ospitare al massimo 12 persone, non è una realtà nata per accogliere alla meno peggio centinaia di persone e trasformare l’accoglienza di esseri umani in business.

“Riteniamo che esista una convenzione diretta per facta concludentia – ha concluso l’altro legale dell’associazione Antonio Barilari – chiediamo di essere regolarizzati al pari delle altre strutture della provincia e al più presto, perché non più in grado di sostenere questa situazione”.

L’intervista alla vicepresidente Eleonora Mazzacua