Solano (Pd): «la mafia siamo noi quando ci giriamo dall’altra parte»

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Mimmo Solano, Segretario del Pd di Palmi

Riceviamo e pubblichiamo:

In Calabria, come in molte regioni del sud e non solo, parlare di mafia significa affrontare il tema del sottosviluppo e della mancata crescita sociale di vaste aree della nazione.

La presenza della malavita organizzata compromette la competitività territoriale nell’attrazione degli investimenti, con gravi ripercussioni sulla produttività e soprattutto sull’occupazione.

Proprio per questa sua valenza generale, di mafia ne parlano tutti: imprenditori, politici, economisti … ma anche gli stessi affiliati, i corrotti ed i buontemponi. In questo generalizzato bailamme non si distinguono più le parti, tutti accusano tutti, i carnefici si confondono tra le vittime e tutti ci si sente parte lesa.

Nei dibattiti e nei convegni presieduti dagli addetti ai lavori, politici, giornalisti, magistrati ecc. eccedono nella denuncia di situazioni eclatanti, di crimini assurdamente cruenti, di vicende paradossali, a volte al limite della credibilità. Ci sarebbe molto da approfondire sull’argomento, ma nell’economia di questa riflessione si rende opportuno evitare di focalizzare sulla credibilità delle situazioni limite. Peraltro va anche evidenziato che episodi degenerativi e delitti efferati non sono una specificità della mafia ma, purtroppo, spesso si verificano anche all’interno della cosiddetta società civile. Infatti, le pagine di cronaca sono tristemente piene di omicidi e varie attività criminose che generano orrore, anche sulla base futili motivi, ma che non sono riconducibili alla malavita organizzata.

La denuncia della ferocia mafiosa è senza dubbio motivata da intenti meritori, volti alla sensibilizzazione dell’opinione pubblica su questioni importanti, che attengono alla convivenza civile ed interessano direttamente la vivibilità e lo sviluppo del territorio. La rappresentazione della malavita organizzata attraverso la narrazione di fatti eclatanti è volta a suscitare indignazione, a scuotere le coscienze. Tuttavia, a furia di indugiare nella rappresentazione “teatrale”, di descrivere un complesso fenomeno sociale attraverso fatti eclatanti ed episodi degenerativi, si rischia un effetto boomerang, con risultati diametralmente opposti a quelli sperati. Infatti, per questa via si crea un distinguo netto, quasi una barriera fisica tra ciò che è definibile mafioso e ciò che non lo è, una comoda, inconscia e rassicurante distinzione tra mafiosi e resto del mondo, tra loro e noi, tra il male ed il bene, tra il bianco ed il nero.

E’ una rappresentazione tanto semplicistica quanto irreale e, pur tuttavia, molto ricorrente e diffusa. Essa risponde all’esigenza di trovare un “capro espiatorio” al fine di autoassolverci nell’accettazione e nella perpetrazione dei piccoli misfatti quotidiani; implicitamente ne sancisce una sorta di venialità in rapporto alla criminalità mafiosa per come rappresentata attraverso il racconto di episodi eclatanti. Ci piace pensare che il bianco stia da una parte ed il nero dall’altra, fingendo di non vedere che in realtà essi coesistono nel grigiore generalizzato in cui viviamo. E’ difficile da accettare ma il bene ed il male coesistono nella stessa società, sono due facce della stessa medaglia e qualche volta anche della stessa persona.

Il punto vero della questione è che la mafia, molto più che di sangue, si nutre di corruzione, di abusi di potere, di gestione della spesa pubblica, di imposizioni commerciali, di sfruttamento della manodopera, di lavoro nero e delitti connessi. La narrazione degli episodi eclatanti è suggestiva ma rischia di distogliere l’attenzione dal problema vero che è quello di contrastare la mafia nelle sue manifestazioni ordinarie che quotidianamente limitano e pregiudicano la vivibilità di vaste aree geografiche. E’ necessario prendere coscienza gli effetti più malefici e dannosi della “mafiosità” stanno proprio nel rendere abituale e consueta la piccola sopraffazione, l’inosservanza delle regole e dei comportamenti posti a fondamento della convivenza civile. Il mancato rispetto delle regole genera effetti socialmente devastanti, che certo non possono considerarsi accettabili e/o essere tollerati, per il sol fatto di non essere cruente.

La mafia siamo noi quando ci giriamo dall’altra parte per non vedere i soprusi e le ingiustizie che quotidianamente caratterizzano il nostro vivere sociale, è un’infezione i cui germi si nutrono e pullulano:

– nella colpevole distrazione, nella mancata denuncia dei soprusi e nell’egoistica indifferenza della collettività;

– nella rassegnata accettazione di discriminazioni vergognose ed inqualificabili perpetrate da chi vuole trasformarci da cittadini a sudditi;

– nelle fogne che inquinano e scaricano in mare, nella delittuosa inerzia ed indifferenza di chi le gestisce;

– nei mancati servizi di una sanità che è tra le più costose al mondo ma che spesso eroga servizi decisamente mediocri;

– nell’indegna occupazione delle poltrone e finanche degli sgabelli degli enti pubblici (servizi di trasporto urbano, acquedotti ecc) ad esclusivo appannaggio di politici trombati (= non eletti nelle ultime elezioni) a discapito della collettività e dei dipendenti degli enti stessi. Dipendenti che rischiano il posto di lavoro e che sarebbero più tutelati se la direzione fosse affidata in base a capacità e competenze (piuttosto che a pagare, sulla loro pelle, i compensi per l’attività di galoppinaggio elettorale. )

– nella rinuncia a far rispettare i propri diritti e nell’accettazione di trasformarli in favori, “magnanimamente” elargiti dal potente di turno, che così acquisisce titolo per una “doverosa riconoscenza”, magari di natura elettorale.

Quest’estate al Parco dei Tauriani, in Palmi, si è svolto un interessante convegno sui problemi sociali connessi al fenomeno mafioso, tra gli altri sono intervenuti il giornalista Arcangelo Badolati, il referente di Libera per la Piana di Gioia Tauro Don Pino De Masi, il magistrato della Dda (Direzione distrettuale antimafia) di Reggio Cal. Roberto Di Palma, assente il sindaco.

L’assenza ed il mancato saluto al convegno da parte del sindaco di Palmi, contestualmente intervenuto invece alla locale sagra della melanzana, che si teneva in Via Toselli, è un eloquente esempio di mirata ed irresponsabile superficialità. Un comportamento indecoroso che ci induce a pensare che la mafia siamo noi, quando non manifestiamo sdegno e riprovazione a farci rappresentare in modo così dequalificato da parte di chi, appena qualche mese prima, si era assunto la responsabilità di primo cittadino. Un po’ di parmigiana e qualche frittella da mangiare in piedi per qualcuno possono essere allettanti e/o addirittura irrinunciabili, ma se questo qualcuno è un sindaco è doveroso pretendere comportamenti più alti, una maggiore decenza e modi di fare più consoni al ruolo che è chiamato a svolgere.

La mafia nera delle belve sanguinarie va isolata dalla società civile, repressa dalle forze dell’ordine e dalla magistratura, in un simbiotico e proficuo rapporto con la cittadinanza. Ma la battaglia più importante e significativa è quella che va oltre l’eliminazione del nero per giungere alla denuncia ed al contrasto della zona grigia. Soltanto così si può pervenire all’eliminazione dalla nostra stessa cultura di quegli atteggiamenti colpevolmente indulgenti, superficiali o distratti che forniscono l’humus colturale che genera la mafiosità di cui le belve sanguinarie sono soltanto l’espressione più appariscente.

Dr Domenico SOLANO
Esponente del circolo PD – PALMI