Scaramozzino, un figlio di Gioia Tauro: uomo, medico e scienziato

Perché un convegno dei Lions della Città della Piana

Antonio Antonuccio
Antonio Antonuccio

Di Antonio Antonuccio*

Tra i tanti scopi del lionismo – mi pare di poter dire – campeggia la tensione a promuovere e valorizzare ciò che di buono una Comunità riesce a fare: le “buone prassi”, quelle che inducono a pensare quanto quel “luogo è buono”, intendendo proprio con questa bontà del posto l’Eutopia dell’antica scuola greca … e nella nostra Terra di cultura magno-greca più che mai si può usare questa accezione.

British il buon caffè della Piana Ape maia il buon caffè della Piana

Ma chi è l’attore delle buone prassi?
E’, senza dubbio, l’Uomo nel suo agire nella Comunità.

Quando possiamo dire che l’Uomo nella Comunità ha la capacità di partorire ciò che pensiamo sia buono?

Giovanni Scaramozzino

Tanto si concretizza quando riesce in quella attività “maieutica” che voleva caratterizzare – anche in questo caso – l’ambiente socratico-platonico, quel criterio di ricerca della verità, consistente nella sollecitazione del soggetto pensante a ritrovarla in se stesso e a trarla fuori dalla propria anima al fine di poter operare con saggezza e altruismo nella società.

Ciò, nel vero, è possibile soltanto quando i singoli uomini diventano coesi tra di loro andando così a cementare le fondamenta di una casa comune e dando, pertanto, la nascita di un demo, ovvero quando essi vivono in una sorta di simbiosi che li rende partecipi in un comune senso dell’appartenenza sereno e volto al progresso dell’Umana Gente, quello di cui si parla negli Antichi Doveri.

In tal senso, allora, dobbiamo capire se la nostra Comunità è in grado di volgere le tensioni che produce verso il raggiungimento di un così nobile obbiettivo, se noi gioiesi siamo mossi da un tale senso dell’appartenenza che nutre l’intento alla buona azione che rende importante il nostro vivere in comune, progredendo tutti insieme.
Qualche anno addietro, Nicola Orso, nostro giornalista per il quale voglio usare l’espressione “gran bella penna”, che – all’epoca, scriveva per il Quotidiano della Calabria – preso dall’idea di meglio comprendere come erano tracciabili le dinamiche socio-economiche che viveva Gioia Tauro, comune ahimè – allora come oggi – commissariato, voleva capire perché fosse una città afflitta da quei mali che, come in tanti altri siti urbani del Sud, frenano lo sviluppo, inibiscono il progredire verso l’emancipazione da quella povertà endemica che ormai da tempo immemore avviluppa le nostre genti. Per questo suo impegno, individuò nei cittadini, tra questi tre, quelli che per motivo del lavoro esercitato o per gli studi compiuti potevano essere gli “addetti ai lavori“ che più facilmente lo avrebbero aiutato a districarsi in questa sua indagine conoscitiva.
In quel frangente – poiché uno dei tre – mi propose un’intervista.

In sintesi, in quell’occasione, conscio che una vicenda di natura sociologica non è mai la risultante di un solo problema, ma di una concausa di motivazioni, pensai fosse utile ricondurre il mio dire in un alveo storico, tuttavia focalizzando l’analisi sulle modalità della costruzione – nel tempo – della composizione del popolo gioiese.
Cosa ci riporta la storia patria sullo sviluppo socio-economico di Gioia Tauro?

Fin dai tempi antichi, proprio per la sua felice posizione nel golfo, da sempre toponimo, porta di tutti quegli scambi commerciali avviati e consolidati, il nostro agglomerato cittadino (qui volutamente non è usata l’accezione “demo”) è stato nella sua natura variegato, poiché era così “contaminato” (nel suo significato sociologico) da una moltitudine di gente che arrivava per industriarsi in tali attività. Da questo – oso dire – felice processo immigratorio giunsero, così, nel luogo – andando da nord a sud, tra più regioni – liguri, campani, siciliani, etc.; questi, trovando adeguato interesse economico per il loro lavoro, poi si sono stabilizzati formando dei piccoli nuclei familiari con una loro comune origine geografica. Pensate che tali genti, pur vivendo nel prosieguo, appunto, anche stabilmente, però, continuarono a restare “chiusi” nelle loro tradizioni, coltivando una vera e propria relazione solo tra di loro, in questo anche quando dovevano sposarsi: qui solo per dirvi, i primi matrimoni che hanno superato questa abitudine si sono verificati giusto dall’immediato dopo-guerra.

Come si può facilmente comprendere, prevalse l’eterogeneità nella radice dei gruppi e tale status quo giocoforza ha impedito quella che avrebbe dovuto essere un’armonica mescolanza tra le famiglie del posto, precludendo, pertanto, la nascita ed il consolidamento del “senso dell’appartenenza”, non aderendo all’idea di quel collante sociale che può essere, per esempio, riportato – nella funzione – a persone che sono figli della Comunità e non della singola famiglia.

In verità, quell’intervista, appena mutuata, attesi i miei studi e la mia pratica di criminologia, poi portò il motivo del contendere, ad approdare su sponde diverse, su spiegazioni di criminogenesi, che qui non interessano.
Oggi, comunque, mi piace riprendere questa mia esperienza professionale per parlarvi del perché qui ed ora e con i lavori che seguiranno.
Se l’attore sociale, come dicevo nel mio incipit, è l’uomo non posso non sostenere ciò che ho sempre pensato – e di cui sono convinto -, cioè che il superamento della problematica de quo e l’avvio del senso dell’appartenenza passa dalla “stazione” del riconoscimento che alcune persone possano diventare i “mattoni” su cui costruire il nostro essere gioiesi.
Allora, nel nostro “servizio” di cittadini e nella fattispecie di membri attivi Lions, dobbiamo andare alla ricerca di quei “buoni figli” che hanno dato lustro alla nostra città, pensandoli come legati ad ogni singolo individuo, con l’intento di trasformare – immediatamente – “l’individuo” in “collettività”, quindi in Comunità.
Per tale finalità, nel tentativo di offrire un contributo a questo processo virtuoso, ho pensato, tuttavia colpevole sapendo di dimenticarne altri, a Stesicoro, a Mons. Silipigni, per venire ai giorni nostri a Pino Arlacchi (vivente e attivo) e, per farla breve, a Giovanni Scaramozzino, compiacendomi che tutti loro non siano più pensati solo come figli della loro famiglia genetica, ma radici di Gioia Tauro e allora espressione di una cultura che si è sviluppata con l’apporto dell’insieme dei suoi cittadini.

Da qui – come nell’agire del Lions International – è maturata l’idea di organizzare un Convegno di Servizio sulla figura di Giovanni Scaramozzino, affinché i più possano sapere chi è stato, cosa ha fatto, come – purtroppo – è morto nel tentativo di percorrere, grazie alle sue intuizioni scientifiche di giovane medico, nuove strade per il trattamento sanitario delle persone malate. Allora e pertanto, il desiderio di valorizzare la sua persona, di innalzare sull’altare della società quel “figlio” di Gioia Tauro a cui tutti noi possiamo e vogliamo identificarci per essere più coesi, l’uomo a cui tutti noi vogliamo somigliare e che vogliamo prendere ad esempio, il medico e lo scienziato che i nostri giovani vogliono imitare pensando al loro futuro di professionisti.

* Prof. Antonio Antonuccio
Delegato Distrettuale del Governatore
Per i Rapporti con le Università