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Quando la geopolitica arriva in corsia: la Piana di Gioia Tauro e un sistema sanitario che vive grazie ai medici cubani

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Le parole del presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, dopo l’incontro con l’ambasciatore statunitense Mike Hammer e il console Terrence Flynn, offrono uno spunto che va ben oltre la cronaca istituzionale. Perché raccontano, in modo quasi plastico, come la politica internazionale – spesso percepita come distante, astratta, confinata nei palazzi diplomatici – finisca invece per incidere in modo diretto sulla vita quotidiana di territori periferici come la Piana di Gioia Tauro.

La Calabria, e in particolare la Piana, vive oggi una condizione paradossale: il suo sistema sanitario, già fragile e sotto pressione da decenni, è tenuto in piedi da un contingente di medici cubani. Una presenza che non è solo un fatto amministrativo, ma un vero e proprio snodo geopolitico.

Nella Piana, l’ospedale di Polistena rappresenta l’unico presidio operativo per un bacino di popolazione che supera le 150 mila persone. Un ospedale che, senza l’apporto dei medici cubani, rischierebbe di vedere compromessa la propria operatività in reparti chiave e nei servizi di emergenza–urgenza.

È un dato che restituisce la misura della dipendenza strutturale del territorio da una missione internazionale che nasce da un accordo tra governi, ma che si traduce – molto concretamente – nella possibilità di garantire un turno in pronto soccorso, un reparto aperto, un intervento chirurgico programmato.

Il colloquio tra Occhiuto e i rappresentanti statunitensi si inserisce in un contesto delicato: la missione dei medici cubani è da tempo oggetto di attenzione e “pressioni”, da parte degli Stati Uniti, che mantengono una posizione critica verso i programmi internazionali di cooperazione sanitaria dell’Avana.

Il presidente della Regione ha ribadito che i medici cubani restano “una necessità”, ma ha anche spiegato di aver avviato – in collaborazione con il Dipartimento di Stato USA – una strada alternativa per reclutare personale sanitario da Paesi UE ed extra UE.

Una scelta che nasce da esigenze diplomatiche, certo, ma che ha ricadute immediate su territori come la Piana, dove ogni medico in più o in meno può determinare la differenza tra un reparto funzionante e uno chiuso.

La vicenda mette in luce un tema spesso ignorato: le periferie sanitarie sono le prime a risentire degli effetti delle tensioni internazionali. Quando un accordo si complica, quando una missione viene ridimensionata, quando un Paese partner cambia strategia, le conseguenze non si vedono nei grandi centri, ma nelle aree dove il sistema è già fragile.

La Piana di Gioia Tauro è uno di questi luoghi. Qui la geopolitica non è un concetto astratto: è la presenza o l’assenza di un anestesista, di un cardiologo, di un internista. È la possibilità di garantire un parto in sicurezza, un accesso al pronto soccorso, una continuità assistenziale.

La vicenda dei medici cubani dimostra con chiarezza che la Calabria – e la Piana di Gioia Tauro in particolare – non può più permettersi di essere trattata come una periferia amministrativa. Qui le scelte della politica internazionale non sono un tema da analisti: sono ciò che determina se un ospedale resta aperto o chiude, se un pronto soccorso può garantire turni completi o se un territorio rimane scoperto.

Perché se è vero che la diplomazia impone equilibri e interlocuzioni, è altrettanto vero che non può essere la geopolitica a decidere il destino sanitario di un’intera area del Paese. Servono scelte strutturali, investimenti mirati, un reclutamento stabile e una programmazione che non lasci territori fragili in balia di accordi internazionali che possono cambiare da un giorno all’altro.