Osservatorio carceri: «Incomprensibile il silenzio delle istituzioni sul problema del sovraffollamento»

La lettera degli avvocati Vigna e Spizzirri

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Il carcere di Arghillà
Il carcere di Arghillà

Si registra, un sempre più assordante ed ingiustificato silenzio da parte delle istituzioni territoriali e regionali che invece dovrebbero offrire risposte celeri e dotate di massima trasparenza ad alcune legittime ed essenziali domande che sono state loro rivolte dalla nostra struttura a tutela della popolazione carceraria ristretta in ambito calabrese, ed anch’essa esposta ai rigori della pandemia ed al rischio di divenire in un batter di ciglia più che inerme bersaglio di una bomba epidemiologica.

E già da qualche tempo che abbiamo richiesto alla autorità preposte a fornirle, le più adeguate informazioni in merito alle condizioni nelle quali allo stato verserebbero i circa 10.000 detenuti delle carceri calabresi.

A tale determinazione siamo stati indotti dal fatto che tramite canali ufficiosi e soprattutto grazie a sparute voci di parenti che i contatti col mondo della detenzione li continuano ad intrattenere tramite corrispondenza, telefonate o videochiamate, si è diffusa la notizia che una larghissima parte dei detenuti calabresi sarebbe, allo stato, ancora priva di dispositivi protettivi (come maschere, disinfettanti e guanti)  

Sicché, proprio il rumore del silenzio, ci ha indotto a porre direttamente a disposizione della stampa quelle 20 domande che da responsabili regionali dell’Osservatorio Carcere UCPI all’inizio dell’emergenza COVID-19 avevamo inteso porre al Provveditore della Regione Calabria, dottor Guerriero, allineandoci all’ iniziativa di più capillare portata, promossa direttamente dalla Giunta dell’Unione Camere Penali Italiane.

Ad oggi, inspiegabilmente oltre che ingiustificabilmente non abbiamo ricevuto alcuna risposta.

Francamente ci siamo chiesti se questo eloquente mutismo possa o meno ascriversi ad un eccesso di rispetto della mentalità popolana a seguir la quale l’unica legge valida per i carcerati dovrebbe rimanere quella del “lasciarli marcire in carcere”, del “non allentare mai e per nessun motivo le catene che li costringono nella loro galera”. Ma, poi, ci siamo anche chiesti come possano rifiutarsi di rispondere il Provveditore Regionale (e conseguentemente tutte le varie direzioni) se l’ovvia considerazione da cui tutto muove, sta nel fatto che si tratta di esseri umani esposti tutti molto più di noi a quello cin caso di insorgente focolaio di contagio da COVID-19 divamperebbe istantaneamente assumendo proporzioni colossali ed irrimediabili.

In ogni caso e tanto per esprimere il senso di alcune insanabili contraddizioni,  rappresentiamo all’attenzione di chi legge, che stando alle disposizioni che sin qui si assumono per silentemente impartite dalla autorità preposte, i carcerati – se quanto dichiarano alla stampa le organizzazioni più loquaci fosse vero anche solo in parte – passerebbero dal dramma del sovraffollamento a quello della “solitudine”.

Sorge dunque spontanea la domanda: “lo spazio per mantenere un adeguato distanziamento tra gli stessi esisteva anche prima?”

E, ciò posto, vale davvero la pena di tenerli tutti “usque ad finem et ultra” dell’emergenza coronavirus rinchiusi in carceri vetuste non sanificate e dunque enormemente esposte ad un rischio di contagio enorme?

Per capire se e quanto possa valerne la pena, richiamiamo seppur fugacemente alla vostra attenzione gli oltre 1.000 errori giudiziari che ogni anno stravolgono la vita di altrettanti innocenti; queste persone a volte, hanno già scontato stratosferici periodi di carcerazione preventiva restando in attesa di un giudizio che per prassi si suole rimandare fino ai tempi della scadenza dei termini massimi di custodia cautelare.

E che dire poi a proposito di quei tanti, troppi, detenuti che stanno patendo la carcerazione pur essendo soggetti affetti in forma cronica da vari tipi di patologie respiratorie, destinate ad intaccarne il sistema immunitario (circa il 70%).

Un attento pensiero lo meritano anche gli 8.682 detenuti che stanno scontando una pena residua che va da 1 giorno ad 1 anno, anche per reati non di particolare allarme sociale,

come anche i 5.216 detenuti ultrasessantenni, dei quali quasi 1.000 risultano ultrasettantenni. Anche per tutti loro si è preferito rimanere silenti dileggiando finanche il Papa che ha rivolto più di un disperato appello.

Affinché sia chiaro, rammentiamo che il carcere non “ospita” mostri, ma dei semplici devianti che comunque permangono degli esseri umani normalissimi che in quanto tali risultano dotati di diritti uguali ai nostri e colpiti dalle stesse paure che in questo momento si sono impadronite di ciascuno di noi. Mostri saranno semmai definiti dalla storia del domani tutti coloro che in tempo di emergenza pandemica, stanno tralasciando di dedicare la dovuta attenzione al mondo dei carcerati, lasciandoli relegati sempre più ai margini, ovvero a patire lo stato di privazione della propria libertà in strutture che non è troppo definire delle vere e proprie pattumiere della società; avevamo scritto per sapere se anche in questo momento drammatico i nostri detenuti si ritrovassero rinchiusi in sette in celle da 3 mq od anche in 9 in celle da 5 mq le cui condizioni igienico sanitarie risultano non più solo deprecabili ma addirittura inquietanti.

Avevamo scritto per chiedere risposte che fossero figlie della chiarezza e della trasparenza descrivendo la “reale” situazione nella quale al momento verserebbero i detenuti dei 12 istituti di pena calabresi.

Per tale motivo, il 19 aprile 2020 abbiamo alzato il tiro pubblicando un nostro ulteriore documento (l’ennesimo tra quelli sin qui avallati e condivisi dalla Giunta UCPI), dal tema “il diritto di avere notizie”.

Ritenendo superfluo specificare che al nostro diritto di avere notizie corrisponde in capo ai Provveditorati Regionali del DAP ed in capo alle direzioni degli Istituto Penitenziari, un convergente ed ineludibile dovere di fornirle, alleghiamo al presente comunicato anche la suddetta nota affinché la stampa ed i media in genere possano dare alla stessa la massima diffusione.

Mentre scrivevamo ci siamo chiesti cosa accadrebbe se il COVID19 facesse ingresso in una qualunque struttura carceraria tra quelle disseminate nel territorio della Calabria  

Ci siamo anche chiesti se esiste davvero quel personale interno che dovrebbe essere non solo preparato ma soprattutto disposto a gestire una situazione così drammatica; o anche se in ogni carcere calabrese esistono strutture effettivamente dotate di tutti gli strumenti indispensabili per fronteggiare un improvviso assalto di questo virus.  

Noi ci occupiamo di libertà ingiustamente violate di diritti negati ancorché espressamente previsti dal nostro ordinamento; dedichiamo ogni nostro sforzo al miglioramento delle carceri, ad un trattamento che non oltraggi la dignità del recluso e non ne sfregi permanentemente l’esistenza; noi in tempo di coronavirus vorremmo semplicemente decongestionare le carceri stracolme, senza intaccare l’esecuzione di ogni singola pena, ma quantomeno rendendole meno pericolose in questa fase acuta.

Ed è avvilente, accorgersi che anche durante questo tempo sospeso, chi gestisce il mondo del’ carcere resti ancora prigioniero di un retaggio che annebbiandone la mente ne paralizza gli arti impedendo di scrivere quella che sarebbe una banale una semplicissima “risposta” a delle precise ed assolutamente importantissime “domande”.