Ci abbiamo messo delle ore per trovarlo. Per sapere come stesse e riuscire a scambiare due parole.
Dalla tendopoli, cercando di sviare le pozzanghere ed evitare di immergerci nel fango infestante, siamo andati alla parrocchia del Bosco di Rosarno. Ci hanno detto che si trovava lì. Ma niente da fare.
Dopo qualche telefonata e una cabina dell’Enel come riferimento, siamo tornati alla tendopoli.
E chi se la immaginava così. E’ talmente affollata che disorienta. Buia e fredda da non vedere l’ora di andar via. Già, andare via. Perché io posso farlo, perchè noi possiamo farlo. Ma loro?
Aiutati dalla luce del telefono pronto a spegnersi per la batteria, e con la paura tra un tragitto e l’altro di metterci sotto con la macchina qualcuno che non si notava al margine della strada, siamo passati dalla fabbrica, poco distante dalla tendopoli, dove si diceva che avremmo potuto trovarlo.
Babacà ci ha accompagnati fin lì. Altro tentativo vano. Quindi di nuovo di ritorno alla tendopoli con un amico in più a bordo che finalmente ha qualche informazione.
Cercavamo Mamadou Cisse, il senegalese di 22 anni che domenica pomeriggio è stato travolto da un pirata dalla strada sulla statale 18 verso Rosarno (leggi l’articolo). È in Calabria da poche settimane, quindi neanche i “vicini di casa” lo riconoscevano dalla foto che gli facevamo vedere per riuscire a contattarlo.
Una casa che di casa non ha nulla. Soprattutto per chi si sente dolorante dalla testa ai piedi, sotto shock per essere stato sbattuto per terra da una macchina che lo ha colpito alle spalle. È uscito ieri dall’ospedale di Reggio. Neanche lì sapevano dove poterlo mandare. Chiunque nelle sue condizioni avrebbe voluto essere accudito con affetto e poter almeno riposare il un letto e al caldo.
E invece Mamadou può contare solo sulle sue forze e sull’ausilio di pochi amici fratelli che hanno fatto il possibile per confortarlo.
Non ricorda niente Mamadou. È ferito alla testa, alla gamba, al volto, al polso. Ha soltanto 22 anni. È un ragazzino lontano dalla sua famiglia ma con la responsabilità della famiglia stessa e di una vita migliore.
Difficile anche riuscire a parlare con lui. Non conosce bene la lingua e anche chi ci stava attorno tentando di fargli capire che eravamo lì per lui e per cercare di rendergli giustizia, ci capiva a stento. Ma se le barriere linguistiche possono evidentemente allontanare, ad avvicinare invece ci pensa la solidarietà, quella si che è universale. E Mamadou non ne ha vista tanta.
Le indagini sull’accaduto sono state avviate dagli agenti del commissariato di Polizia di Gioia Tauro, diretto dal primo dirigente Pietro Paolo Auriemma. Questa mattina Mamadou e l’amico Sanà, che era con lui domenica pomeriggio, sono stati sentiti per cercare di arrivare ad identificare l’auto che si è data alla fuga.
Un’auto scura sembrerebbe. Non si sa nient’altro, se non che di scuro il guidatore ha pure l’anima, insieme ad un coraggio da vendere per essere riuscito ad andare via pur sapendo di aver investito un uomo.
Di poche parole Mamadou. Ma gli occhi parlavano per lui, insieme a quelle ferite coperte dai cerotti e quelle che si porta dentro.
Ce ne andiamo da lì stanchi, infreddoliti, forse anche spazientiti, per poi ritrovarci insofferenti, impotenti e forse anche con un sentimento di rabbia verso chi non solo come noi fa poco o nulla per aiutare chi sta male, ma addirittura riesce a provocare dolore e a convivere con questa consapevolezza.



