mercoledì, 4 Marzo, 2026
11.6 C
Palmi
Home Cultura I lettori scrivono a Inquieto: Tra Ippolito e Sant’ Ippolito

I lettori scrivono a Inquieto: Tra Ippolito e Sant’ Ippolito

L'intervento dello storico gioiese Rocco Ruggiero

0
2465

Riceviamo e pubblichiamo:
In un suo recente intervento (leggi qui), il dr. Pino Sciarrone, ‘inquieto’ e problematico, abituato a trapiantare denti, molari e protesi (cosa che gli riesce benissimo), ha male trapiantato, invece, la geografia dell’antica Grecia, finendo coll’individuare una città dell’Argolide (Trezene) nell’Attica, e questa difronte alla penisola calcidica.

Premessa dalla quale il Nostro prende l’avvio per arrivare a chiedersi, poi, l’eventuale ed ipotetico nesso intercorrente tra l’iconografia dell’Ippolito greco (il figlio di Teseo e dell’amazzone Ippolita) e quella del vescovo Ippolito (primo antipapa della storia) morto nelle miniere di Sardegna nel III° sec. d.C assieme a papa Ponziano, e uniti nella fede, nel martirio e nel perdono.

Tra i due nessun nesso, nessuna relazione, se non l’ovvia corrispondenza della pura e semplice onomastica.

Se mai, per estrema e suggestiva ipotesi, cucita e rattoppata – per raccordi e lembi – un’apparente e convergente rappresentazione analogica è da cogliere nella modalità del supplizio e nella relativa iconografia che entrambi li rappresenta tra l’Ippolito greco e l’Ippolito di Porto, il protettore della città di Gioia Tauro.
Nulla di più, nulla di meno.

O qualcosa di più, e di più celato sentire? E che non riguarderebbe la morte, ma il principio di vita: l’integrità e la virtù del ‘cacciatore’ seguace della dea Artemide, e la fede del martire cristiano che fermamente propugna: la fede in Gesù Cristo morto e risorto.

Le storie dei personaggi è abbastanza nota. Cominciamo dal primo.
Il figlio di Teseo disdegna di onorare la dea Afrodite e questa si vendica instillando in Fedra, matrigna di Ippolito, il desiderio amoroso per il figliastro. Vittima del diniego, Fedra muore suicida, vendicando il rifiuto con una lettera a Teseo nella quale denuncia il figliastro a desiderio capovolto. Il padre grida vendetta, e, non volendo uccidere il figlio con le proprie mani chiede a Poesidone di farlo in sua vece. E il dio lo accontenta facendo uscire dal mare un toro infuriato che fa imbizzarrire i cavalli della biga dai quali Ippolito ne è trascinato a morte sulla spiaggia del golfo di Trezene, difronte all’isola di Calauria* (versione euripidea del mito).

Chi ama crogiolarsi con concordanze e nessi, geografici e mitologici, non avrà difficoltà a trovare il doppio di quel sito nel golfo di Gioia e nella dirimpettaia isola di Stromboli.

Dopo la morte di Ippolito, la dea Artemide (altra versione ancora) lo fa riportare in vita da Esculapio, mutandone sembianze ed onomastica (da giovane in vecchio e da Ippolito in Virbio) traferendolo con se nel santuario laziale della Diana Nemorense di Aricia. Il calendario romano ne ricordava la festività, il 13 di agosto, alla quale gli schiavi accorrevano in massa.

Al momento, non si vede dunque quale pretesto possa unire siti e personaggi così lontani e diversi: nel tempo, nella storia, e nella caratura spirituale dei personaggi – l’Ippolito pagano e l’Ippolito cristiano -che ‘religiosamente’ li caratterizza e distingue.

Andiamo avanti, e, da frammenti papiracei e notizie residuali di un tempo remoto, leggiamo che nel perduto poema: ‘L’Elena’ di Stesicoro, il metaurino scriveva che ‘miss Grecia’, prima di andare in sposa a Menelao era stata rapita da Teseo e da questo ne aveva avuto una figlia: Ifigneia.
Stando alla variante del mito, Ifigenia, la futura sacerdotessa di Artemide, non sarebbe dunque figlia di Clitennestra e di Agammenone, ma dell’eroe ateniese e di Elena, sorella dei dioscuri Castore e Polluce.

Ed ancora, in altro frammento papiraceo dello stesso Stesicoro (che poco dice ai più, molto per chi è nato in queste contrade) si legge la parola ‘litakosis’, ossia: ‘pietrosa’, l’epiteto che i romani riservavano alla dea Artemide: carna o carnea (custode delle chiavi dell’aldilà) o‘cranaea’, l’aspra, la ‘pietrosa’, com’essi la nomavano.
Tra Gioia Tauro e Palmi ben tre località con questo nome richiamano alla memoria l’attributo di quella divinità. A Gioia la località ‘Pietra’**, alla Tonnara ‘Pietre nere’, a Palmi la ‘Pietrosa’.

Tra Sicilia e Calabria, con varianti minimali, il toponimo si ripete in centinaia e centinaia di siti, anche là dove di pietre non ce né nemmeno una (vedi il caso di Gioia Tauro). E, dato che i toponimi sono duri morire (come la pietra, appunto) la secolare persistenza, e l’uso di indicare una località urbana, marina o montana, col nome di una divinità (o della santità), è più antico, forse, di quanto oggi possiamo pensare.

Procediamo ancora, e nell’affollato corteo di Artemide, incontriamo Oreste – fratello di Ifigenia – il matricida inseguito dalle Erinni, che dopo essere stato giudicato dall’Aeropago deve purificarsi nelle acque di un fiume composto da sette affluenti, che la tradizione occidentale della perduta Orestea di Stesicoro individuava nell’area reggina, e più precisamente nell’idronimo Matauros, notizia confermata dal naturalista Plinio quando scrive di un ‘porto Oreste’ nel territorio dei ‘tauriani’.

Ma che c’entra Oreste con Ippolito?
C’entra! e molto, perché la “dove c’è Oreste con il simulacro della Diana ‘fascelis’, c’è Artemide e dove c’è Artemide ci sono Ippolito ed Ifigineia”: i due figli di Teseo.
E perciò, se gli ateniesi di epoca storica si rivolgevano ai metaurini chiamandoli ‘Theseunti’, un qualche motivo lo dovevano pur avere, stabilendo, forse, identità e associazioni con i figli di Teseo, e la topografia di Matauros con quella di Trezene, teatro della tragica fine del figlio (Ippolito), assurto, nel mito e nella leggenda, a campione della santità orfica a motivo del suo costume di vita, casto e virtuoso, che mal si concilia, però, col principio dello spargimento del sangue (insito nell’ hobby da lui preferito: la caccia) che la credenza del tempo abborriva, considerando che, se si sparge il sangue dell’animale per cibarsene, il passo per uccidere l’uomo si fa poi sempre più breve. Una motivazione niente male, che milioni di vegani e vegetariani di oggi cominciano a prendere in seria considerazione.

Altra variante ancora del mito – del quale il museo cittadino sembra conservare traccia – raccontava, che dopo la morte d’Ippolito, la dea Artemide impietosita per la sua tragica fine, lo avesse trasformato nella costellazione dell’auriga. Racconto questo, che il mito platonico (sempre di matrice orfica) declina nel dualismo della biga alata, aggiogata con due cavalli, uno bianco – simbolo dell’anima spirituale – l’altro nero, emblema dell’anima concupiscente.

Oggi, in una delle tante vetrine, il museo di Metauros espone un biga in miniatura in ferro e in bronzo rinvenuta negli scavi della necropoli Iossa. La diversità cromatica dei metalli (chiaro e scuro), sostituti dei cavalli, sembra alludere al significato simbolico di quella leggenda che l’anonimo e colto ‘auriga’ aveva portato nella tomba per testimoniare la credenza in quella leggenda che assicurava ai pii e ai buoni un privilegio di vita oltre la morte. La dualità metaforica dei cavalli, e del manufatto, rinvierebbe, anche, all’ambivalenza di Dioniso, divinità con la quale l’orfismo si compenetra e confonde.

Esclusa quindi la categoria del giocattolo (costruiti allora in legno e in argilla), e delle dimensioni, la destinazione del manufatto (mai casuale), ci dice, forse, che quel defunto non era un iniziato al pari dei suoi confratelli di Sibari, Hipponion e di Petelia, ma che una comune escatologia di salvezza – indefinita e vaga – entrambi li accomunava.
Dalla stessa necropoli provengono anche due vasi con cacciatore a cavallo – uno con il cane, l’altro senza – esposti nella sala di Metauros del Museo Nazionale di Reggio Calabria.
In questo caso, le dimensione degli oggetti, d’uso quotidiano, sembrano essere espressione elitaria della caccia, anche se non dispiace credere, che la destinazione ultima – sepolcrale- abbia connotato il soggetto di una diversa mutazione di segno, declinandone il messaggio: non più il profano cacciatore, ma il cacciatore per antonomasia, ovverosia, Ippolito. Con tutte le valenze etiche e religiose insite nel soggetto.

Ed ancora.
Durante il “Convegno sull’ Orfismo in Magna Grecia” tenutosi a Taranto nel 1974 il Prof. Giuseppe Foti (allora sovrintendente del Museo Nazionale di Reggio Calabria) relazionando sui risultati degli scavi effettuati l’anno prima nella necropoli di Metauros, riferiva del ritrovamento un‘cavallino in bronzo’ con le zampette decorate da ‘cerchi concentrici’. Anche in questo caso, soggetto, decorazione e destinazione sembrano rinviare al simbolismo di quell’antica dottrina.
Sempre in quel convegno, il prof. W. Burkert fece presente che l’orfismo in Magma Grecia non fu un fenomeno elitario, ma dei poveri e degli schiavi – soprattutto – i quali, “privati di ogni libertà” e possibilità di riscatto terreno, trasferivano l’aspettativa “ in una visione mistica del futuro, nella speranza di un tempo migliore in cui l’uomo, qualsiasi uomo, anche il povero, poteva purificare l’anima e diventare simile alla divinità”.
Fine della carrellata storica mitologica.

Torniamo ora alla domanda iniziale del dottor Sciarrone, sottesa, ma inespressa. E’ verosimile pensare, che in due realtà tra loro vicinissime dove un santo ha il cavallo nel nome (Ippolito) l’altro nel mestiere (Fantino) che il culto cristiano di Ippolito, sovrapponendosi, sia stato il doppio sostituto del precedente culto pagano?
Domanda arrischiata, cui nessuno potrà mai rispondere, pur sapendo che il cristianesimo delle origini, fenomeno eminentemente urbano, annunciando la ‘buona novella’, scalda dapprima i cuori degli umili e degli oppressi che nel figlio di Dio vedono il riscatto dell’esistenza terrena nella ‘Resurrezione’ dalla morte, promessa di fede dell’Uomo morto e risorto, che dal legno secco della vita, scuote, rincuora e inquieta: credenti e miscredenti, agnostici e indifferenti.

Il trapasso dal paganesimo al nuovo e diverso ‘sentire’ di un destino ultimo e salvifico richiese comunque molti secoli, “durante i quali il ‘magistero delle origini per cancellare dalla coscienza popolare il ricordo degli antichi dei, riadattò i vecchi rituali ai significati della nuova fede”.

Oggi siamo sufficientemente informati per sapere che nell’impellenza del momento la chiesa fece di necessità virtù, facendo ricorso ai doppi e alle sostituzioni delle precedenti divinità pagane con le santità dei martiri cristiani.

E fu così che il 25 dicembre non fu più la festa del ‘sole invitto’, o che il 25 marzo non fosse la festa dell’Hilaria (di CibeleAttis, divinità ufficiale dell’impero) ma la Pasqua dei primi secoli cristiani, e che molte santità furono sostituti delle vecchie divinità pagane: S. Michele Arcangelo al posto dell’Hermes greco o Mercurio romano, i Santi Cosma e Damiano al posto dei gemelli Castori e Polluce divinità guaritrici e ‘soteres’, e via continuando. Il tardo calendario romano di Furio Filocalo del 354 d.C., riportava ancora entrambi le ricorrenze: pagana e cristiana.

E, perciò, tornando al punto dal quale eravamo partiti, se mai ci fosse stata una eventuale continuità cultuale di una santità pagana ( quella di Ippolito) con quella cristiana, nessuno scandalo, anche se, l’ipotesi è, è resterà, esercizio di metafisica palestra, dato che S. Ippolito è venerato in 17 comuni del centro e del nord Italia che con la colonizzazione greca non hanno mai avuto nulla da spartire

Veniamo all’oggi.
Per trovare la prima notizia su S. Ippolito, quale protettore di Gioia Tauro bisogna risalire al 22 ottobre del 1586 quando il vescovo di Mileto monsignor Marc’Antonio nella consueta ‘visita ad limina’ entra nella parrocchiale di Gioja intolata “sub vucabolo S. Ippolito”.

La statua restaurata nel 2000
La statua restaurata nel 2000
Nella relazione che ne fa il segretario al seguito del vescovo, mons. Comparino, all’interno della chiesa non c’è nessuna immagine di S. Ippolito. L’unica immagine sacra inventariata è una “Madonnina di “marmoro bianco” dell’altezza di circa 90 cm., bella come una statua greca, acefala e senza braccia, che, negletta, giace in un angolino della chiesa di S. Antonio.

A noi non è dato sapere, dunque, quale S. Ippolito si venerasse nella parrocchiale di Gioja: se l’Ippolito vescovo e martire, morto nelle miniere di Sardegna, o il legionario di Porto convertito dal diacono Lorenzo, del quale, lo spretato Voltaire scriveva: “Vi è poi un sant’ Ippolito che si dice sia stato trascinato dai cavalli, come Ippolito il figlio di Teseo. Questo supplizio non fu mai conosciuto dagli antichi romani, e la sola somiglianza del nome ha fatto inventare questa favola”.

s-ippolito2Va da se, che il giudizio riguarda un resipiscente che abiura i suoi precedenti convincimenti, e che la fede nei santi non ha bisogno del sostegno di filosofi, per quanto autorevoli essi siano.

C’è da chiedersi piuttosto: a quale epoca si può far risalire l’immagine che lo rappresenta e che noi oggi conosciamo? Difficile dirlo, anche se non si va a parare lontano, se si dice che l’iconografia del ‘miles Christi’ sia da far risalire al XVII° o XVIII° secolo quando la chiesa si trova nel periodo più travagliato della sua storia, impegnata più fronti a contrastare eresie, scisma protestante del nord Europa, il risorgente paganesimo del colto umanesimo rinascimentale sotto l’aspetto mitico delle rappresentazioni figurative di artisti e mecenati, e a sud la millenaria peste delle incursioni turchesche che indistintamente flagellano, lo Ionio e il Tirreno.

In questo periodo, se si guarda alla geografia pianigiana degli altari, è tutto un pullulare di santi legionari e cavalieri romani: a Rizziconi S. Teodoro e San Sebastiano, a Palmi e a Reggio, San Giorgio, e a Gioja, un affollamento talmente numeroso, al punto da costituire una intera centuria: nella chiesa parrocchiale S. Ippolito, nel convento degli Agostiniani: S. Sebastiano, e in un convento a loro dedicato: i “Quaranta Martiri” della XXII ‘legio’, ‘la Fulminante’, morti a causa della loro fede, e comunque esclusi dall’ultima revisione liturgica per la scarsa attendibilità del martirio che li riguarda.

antico-s-ippolitoE, che l’iconografia del Santo sia stata dettata dalla contingenza storica del momento lo si desume dalla raffigurazione del martire in divisa di legionario nell’atto di trafiggere due corpi sotto la pancia del cavallo, uno bianco l’altro moro, che la sensibilità del ‘pastore’ ha ritenuto di dover ricoprire non ritenendo più l’immagine consona al sentimento religioso degli odierni credenti. Qualche rara immaginetta in bianco e nero conserva ancor oggi il ricordo di quella rappresentazione.

In altro gruppo scultoreo del 1912, della scomparsa chiesetta di Eranova, committente Maria Stella Plateroti , il motivo iconografico di S. Ippolito riprende il motivo figurativo della Matrice, con i soliti corpi sotto la pancia del cavallo, uno bianco, l’altro moro, letteralmente decapitati dal gladio del ‘legionario’, oggi scomparso.

Dalla recente opera di ‘restyling’ del santo della parrochia, e da altre immagini delle santità pianigiane, sembra di capire, che al tempo in cui paesi e città erano in preda all’ansia e all’angoscia delle incursioni turchesche, il messaggio che veniva dagli altari era quello del soldato di Cristo pronto a morire per la fede, come un tempo lo furono i santi patroni.

E perciò, se è vero che i messaggi provenienti dagli altari non seguono le mode, è anche vero però, che sono storicamente determinati.

La statua dei SS: Cosma e Damiano della chiesa di S. Antonio, ad esempio, con accanto un piccolo vagabondo, ferito e contuso, che chiede carità, è forse l’esempio più tangibile.
Il gruppo scultoreo è datato tra il 1790 e il 1810 quando la Ruota degli esposti è un istituzione ancora da venire e i bambini vivono pericolosamente per la strada bisognosi della carità cristiana che il colto pastore e la confraternita del Rosario sollecitano ai credenti.

Oggi, stante la quotidiana realtà che ogni giorno cade sotto i nostri occhi, accanto ‘ai Santi Medici’, non ci sarebbe più quel bambino, ma uno dei migliaia di migranti diretti verso l’Europa nella speranza di una futura migliore e di una vita più degna di essere vissuta.

Allo stesso modo, ricordando l’accorato appello dell’indimenticato papa Wojtyła, quando supplicava i fedeli gridando: istruitevi, istruitevi, istruitevi! il pensiero va a un altro Sant’Ippolito, al vescovo erudito e colto, autore del computo pasquale, di una liturgia della messa e di tante altre opere perdute, la cui statua è ornamento altamente simbolico della biblioteca vaticana.

Concludo chiedendo scusa, se – contro ogni mia volontà – ho potuto scalfire sensibilità e convincimenti dei quali sono estremamente rispettoso.
Rocco Ruggiero

*Questa storia era patrimonio di tutto mediterraneo antico, e persino dell’antico Egitto. In Grecia con Ippolito e Fedra, Stenebea e Bellerofonte, e nelle religioni monoteiste: ebraismo, cristianesimo e islam con la storia del casto Giuseppe e di Zulaika

**La località “Pietra” poteva essere identificata benissimo con la dea “la dea dei limiti” (Artemide), nei punti in cui il mare lambisce la terra, e gli acquitrini e i pantani del fiume Petrace (la cui foce allora prossima all’attuale Gaslini) che, intersecandosi, incrociavano la terra e l’acqua. Poteva essere identificata, anche, sotto l’aspetto infero di “Ecate“ data la prossimità della citta dei morti di contrada Iossa con la città dei vivi di via Via Rimembranze.