Lettera di una giovane infermiera al Presidente Conte e al Ministro Speranza

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Gentile Presidente Conte, Gentile Ministro Speranza,
Sono Maria Spanò, giovane ragazza, giovane calabrese, giovane infermiera, una ragazza, una delle tante, che proverà a dar voce agli ultimi della lista, a quelli che non si esprimono – quasi – mai.

Inizio porgendoVi i miei ed i nostri ringraziamenti, per questi mesi di lavoro intenso, che ha comportato un’abnegazione personale degna di nota, per i risultati ottenuti nella prima ondata e per quelli che siamo sicuri otterremo tutti insieme in questa seconda ondata, che ha colpito l’Italia con forza inaudita. Colgo l’occasione per ringraziarVi anche per aver dichiarato la Calabria zona rossa. Ebbene sì, da calabrese e da operatrice sanitaria, mi ritrovo a ringraziarVi, perché sono consapevole che la Calabria non è mai stata in grado di affrontare un’emergenza sanitaria e non lo è ancora adesso. Sono laureata da soli tre anni, ho intrapreso diversi percorsi per la formazione post-base, perché studiare non basta mai, eppure non ho mai avuto il piacere di partecipare ad un concorso pubblico in piena regola nella mia regione, fatto salvo per un concorso indetto dall’azienda Pugliese Ciaccio di Catanzaro, sul quale è intervenuta persino la Guardia di Finanza, mentre io preferisco astenermi dal commentare l’accaduto, piuttosto che dilungarmi in inutili polemiche.

La situazione sanitaria in Calabria, non c’è bisogno che lo dica io, è insostenibile da ormai troppo tempo: carenza di personale, strutture fatiscenti, liste d’attesa interminabili, queste e molte altre criticità rendono il diritto alla salute dei Calabresi quasi del tutto inesistente, appeso ad un filo GRAZIE a poche realtà eccellenti e al lavoro instancabile delle strutture private.

Noi giovani siamo spesso accusati di andar via, di abbandonare la nostra Terra, per cercare fortuna altrove. Io non avrei mai voluto farlo, eppure Vi scrivo da una regione diversa dalla mia, da un città alla quale mi sono dovuta abituare, che amo ed odio allo stesso tempo, perché mi tiene lontana dalla mia famiglia, dai miei affetti, da tutto ciò che dovrebbe contare davvero nella vita. 
 Dopo aver superato le varie prove che un concorso pubblico prevede, sono entrata a far parte della lunga graduatoria dell’A.O.U. Sant’Andrea di Roma e in attesa della chiamata per l’assunzione o di una valida alternativa, ho lavorato dove e come ho potuto, aderendo anche alla Task-Force della Protezione Civile per prestare servizio lì dove c’era bisogno.

E dopo? E dopo ho preso servizio presso l’ASP di Crotone, grazie ad un avviso pubblico indetto ormai più di un anno fa. Ho lavorato presso il Dipartimento di Prevenzione, in quella che si auto- definiva “squadra tamponatori”; così, mentre gran parte dei cittadini si godeva le ferie estive, io entravo dentro una tuta e grondando di sudore eseguivo i tanto odiati tamponi sulla popolazione. Ero felice per il mio lavoro, i sacrifici che dovevo fare erano tanti, ma per la prima volta lavoravo per un’azienda pubblica nella mia regione e sembrava fosse un sogno che si realizzava.

A metà settembre, sono stata chiamata dalla Regione Lazio, che mi ha offerto un contratto a tempo indeterminato – ebbene sì – per fronteggiare l’emergenza Covid. Ero ancora più felice, perché potevo avere la possibilità di essere stabilizzata presso l’azienda per la quale lavoravo – secondo l’art. 3 comma 61 della legge 350/2003 e art. 9 della legge 3/2003 – se solo avesse accettato.

Nutrivo forti speranze, dettate dal fatto che in tutte le ASP della Calabria c’è da sempre un forte bisogno di personale e quell’azienda si sarebbe ritrovata ad avere un dipendente a tempo indeterminato evitando tutti i costi che una prova concorsuale richiede.
Invece no, mi sono vista sbattere in faccia diverse porte, con un’unica e sola giustificazione: “Se dovessimo farlo, creeremmo un brutto precedente.”


Sì, Presidente, Ministro, sì, avete letto bene. Perché in Calabria certe leggi non valgono, perché in Calabria i brutti precedenti sono rappresentati da una stabilizzazione, dal voler tenere per sé personale già formato, utile per affrontare questa crisi. I cosiddetti precedenti non sono rappresentati da anni di commissariamenti devastanti, da dirigenti assunti secondo l’ex articolo 18 e quasi mai tramite concorso pubblico, dai furbetti del tesserino e dai piani covid fantasma.
I

n Calabria, i veri precedenti che causano problemi, sono quelli basati sulla legge e sulla lungimiranza dei dirigenti.
L’11 novembre, appare sul sito dell’ASP di Reggio Calabria un avviso per manifestazione di interesse per operatori sanitari liberi professionisti, con lo scopo di fronteggiare l’emergenza.

È così che la Calabria vuole fronteggiare l’emergenza covid? È così che intende farlo? Io mi auguro che nessuno risponda a questo appello, perché noi sanitari non siamo eroi, siamo professionisti, non siamo carne da macello, siamo donne e uomini che chiedono solo una dignità lavorativa. Chi risponderà a quell’appello sarà assunto – in regime di libera professione – per due mesi o poco più, e dopo? Perché non si procede con un concorso pubblico degno di essere definito tale? Dove sono finiti i soldi che ci sono stati richiesti per un concorso indetto dal GOM di Reggio Calabria tra il 2017 e 2018 e mai portato a termine?

Non ci sto, non posso leggere e seguire le vicende che rendono protagonista la mia regione, stando comodamente seduta sul divano, senza dire nulla. Perché io c’ero, io ci sono ancora, così come ci sono migliaia di infermieri, medici, oss, che hanno dovuto lasciare la propria regione.

Ma la verità è che la regione Calabria, i dirigenti della sanità calabrese, non ci hanno mai voluto, non sono mai stati interessati a costruire le fondamenta per garantire il diritto alla salute dei cittadini, ma si sono preoccupati solo del proprio tornaconto personale.
E mi perdonerete se tra queste righe traspare la rabbia, ma in questo momento è l’unica cosa che riesco a provare, insieme all’apprensione di sapere che i miei genitori, la mia famiglia intera, sia lontana da me, a sperare di non ammalarsi, in una regione in cui non ci si può ammalare.

E io sono Maria, una giovane ragazza, una giovane infermiera. Ma siamo Maria, Sandra, Francesco e molti altri, ragazze e ragazzi, lontani dalla propria Terra, per colpa di pochi individui messi al potere che non ci hanno voluto, che hanno deciso per noi e che decideranno della vita e della morte di molti, troppi Calabresi.