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La denuncia di Longo e la telefonata anonima del 5 novembre 2024: gli interrogativi sollevati da Approdo Calabria

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La vicenda prende avvio da una denuncia. Luigi Longo, direttore della testata Approdo Calabria, ha infatti deciso di segnalare all’autorità giudiziaria una telefonata anonima ricevuta il 5 novembre 2024, ritenendola meritevole di accertamenti. La denuncia è stata presentata dal suo legale, l’avvocato Antonino Napoli, che ha formalizzato l’episodio affinché vengano svolte le verifiche tecniche necessarie.

Le informazioni relative alla telefonata e alla sua ricostruzione provengono dall’articolo pubblicato da Approdo Calabria, nel quale Longo espone in modo dettagliato quanto accaduto quella mattina.

Secondo quanto riportato, il telefono squillò due volte: la prima da un numero anonimo, rimasta senza risposta; la seconda da un’utenza riservata. Pensando che potesse trattarsi della banca, Longo rispose. Dall’altra parte una voce lo salutò chiamandolo «direttore» e aggiunse: «C’è un’inchiesta che riguarda lei… e non ne parla?».

Alla richiesta di conoscere l’identità dell’interlocutore, la risposta fu evasiva: il nome non era importante, bisognava «controllare gli altri siti». Poi la comunicazione si interruppe.

Due giorni dopo, il 7 novembre, Longo ricevette la notifica di un avviso di garanzia che risultava emesso proprio il 5 novembre, lo stesso giorno della telefonata. La vicinanza temporale tra i due eventi non dimostra alcun collegamento, né autorizza conclusioni affrettate. Tuttavia, è comprensibile che Longo si ponga alcune domande: come faceva quella persona a conoscere l’esistenza di un’inchiesta? Perché decise di chiamarlo proprio quel giorno? E perché utilizzò il termine «direttore»?

Sono interrogativi legittimi, ma non accuse.

Longo evidenzia che l’interlocutore lo chiamò «direttore», non «presidente», ruolo che ricopriva nella società interessata dall’avviso di garanzia. Il riferimento potrebbe essere stato casuale oppure collegato alla sua attività giornalistica. Non è possibile stabilirlo con certezza, e proprio per questo la ricostruzione rimane nel campo delle domande, non delle attribuzioni di responsabilità.

Ad oggi non si conoscono gli esiti degli accertamenti, com’è naturale in presenza del segreto istruttorio. L’auspicio di Longo e del suo legale è che sia possibile risalire all’autore della chiamata: una voce anonima, con gli strumenti investigativi attuali, può essere ricondotta a un’utenza e a un’identità.

La vicenda non mette in discussione l’operato della magistratura, che ha il diritto e il dovere di indagare. Allo stesso tempo, ogni persona sottoposta a indagine conserva la presunzione di innocenza e il diritto a un procedimento trasparente e rispettoso delle garanzie.

Nel frattempo Longo continua la propria attività imprenditoriale e giornalistica, ma riferisce di vivere la vicenda con preoccupazione per sé e per la propria famiglia. Una telefonata anonima non termina quando cade la linea: rimane il dubbio sull’identità dell’interlocutore e sulle ragioni che lo hanno spinto a contattare proprio il diretto interessato.

L’articolo di Approdo Calabria non formula accuse né suggerisce collegamenti non dimostrati. La questione è un’altra: ricostruire un episodio e porre domande che, se ritenute rilevanti, potranno essere approfondite nelle sedi competenti.

Chi chiamò Luigi Longo il 5 novembre 2024? Come conosceva l’esistenza dell’inchiesta? Perché utilizzò il termine «direttore»? E perché quella telefonata arrivò proprio il giorno in cui l’avviso risultava emesso?

Sono interrogativi che non cercano colpevoli, ma chiarezza.

La trasparenza, in uno Stato di diritto, tutela indagati e chi indaga.