Intervista a Dario Costantino: “Con generosità e coraggio, il Pd a Palmi può aggregare il centrosinistra”

Il portavoce nazionale della Federazione degli Studenti, sostenitore della mozione Emiliano alle primarie, parla di Calabria e Mezzogiorno, con un occhio a Palmi ed alle elezioni comunali

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Dario Costantino

Archiviate le elezioni primarie, il Pd prova a rimettere insieme le idee e ripartire per “unire l’Italia”, e lo vuole fare iniziando dal Mezzogiorno. Abbiamo intervistato Dario Costantino, palmese, portavoce nazionale della Federazione degli Studenti e sostenitore della mozione Emiliano.

Abbiamo parlato di Pd e Mezzogiorno, di primarie e di elezioni a Palmi.

Dario, partiamo dalle elezioni primarie; la mozione da te sostenuta, quella di Michele Emiliano, parlava molto di Mezzogiorno: se riparte il Mezzogiorno riparte l’Italia. Da osservatrice noto che anche il Meridione viaggia a due velocità, con alcune regioni che vanno più veloci di altre. La Calabria si trova fra le regioni più arretrate, allora ti chiedo su quale pedale va premuto l’acceleratore? Da dove la Calabria deve iniziare per mettersi al passo col resto del Sud?

La Calabria ha bisogno di valorizzare le migliori risorse che ha. L’agroalimentare è centrale. Lo diciamo da sempre, ma ancora non abbiamo fatto il salto di qualità che ci serve, nonostante tutti i riconoscimenti di qualità. Ti do un dato: l’export italiano in questo settore vale 34 miliardi di dollari all’anno. La Calabria contribuisce con lo 0,1%. Un dato che si commenta da sé. Eppure ci sono tante realtà di qualità, che faticano a commercializzare e a stare sul mercato. Per fare questo è necessario che la politica sostenga scelte strategiche per collegare le aree interne, per legare la ricerca e la produzione. Insomma, investimenti chiari.

Se analizziamo perbene la Calabria, non possiamo non definirla la terra dei controsensi: abbiamo il porto a Gioia Tauro – che è il più grande d’Italia e tra i primi in Europa – e non riesce a portare ricchezza; abbiamo 780 chilometri di costa ma non riusciamo a proporre un’offerta turistica di livello, perché poi mancano i mezzi di trasporto adeguati; abbiamo tante eccellenze eno-gastronomiche che non riusciamo a far diventare una risorsa. È un problema che riguarda i calabresi o la politica nazionale, e di riflesso quella locale, hanno le loro colpe?

Quando qualcosa va male la classe dirigente ha le sue responsabilità, da Roma in giù. Il guaio è focalizzarle. Politica, settore privato, professionisti. Ora però non bisogna dividere, ma unire e fare squadra, sostenendo e pungolando chi ha la responsabilità di decidere e guidare la regione e il Paese. La Calabria troppo spesso elegge con dei plebisciti governi di cui poi dice peste e corna. Io credo che bisogna sostenere gli sforzi verso il cambiamento senza però avere paura di dire la propria.

Innanzitutto la Calabria ha un patrimonio di saperi e di sapori inestimabile. Abbiamo dato i natali a Pitagora e Zaleuco. Siamo la regione con il più alto numero di vitigni autoctoni d’Europa e con una delle più vaste produzioni di olio d’oliva, anche grazie alle lotte dei contadini. Passato e futuro in questa terra possono significare progresso. Dobbiamo investire sulle filiere di qualità, promuovere e sostenere l’innovazione nelle nostre colture, ma soprattutto costruire le infrastrutture necessarie per rendere tutto questo sostenibile e praticabile. Il turismo arriva nelle regioni che stanno bene e che investono in cultura. Un esempio? Daremmo strumenti concreti a molti operatori culturali se la regione investisse sul cinema e sul teatro in Calabria, magari sfruttando le opportunità della Calabria Film Commission.

Il porto e le scelte politiche sono il punto centrale. Solo un dato: quelle banchine valgono il 70% del pil privato calabrese, eppure nel piano Delrio sulla portualità è inesistente. Significa che la politica nazionale ha scelto di non puntare sulla Calabria. È un errore strategico che dobbiamo correggere, in primo luogo noi del PD insieme al governo regionale, che pure si sta impegnando, altrimenti chiudiamo baracca qui. Aggiungo solo una cosa. Con MSC bisogna parlare chiaramente: se vuole gestire il porto presenti un business plan e si crei un accordo quadro per una serie di investimenti pubblici e privati. Ci guadagnerebbero tutti: il territorio e la società. Ripulire il porto con gli esuberi per lasciargli la società senza debiti mi sembra una scelta di corto respiro.

Nelle scorse settimane si è parlato a lungo del porto di Gioia Tauro e del rischio di esuberi, una vicenda in cui anche i Governi che si sono succeduti negli anni hanno grosse colpe. Cosa può e deve fare oggi il Governo per il porto e cosa il Pd (mi riferisco all’area vicina a Michele Emiliano) chiede che venga fatto?

Io ho più volte chiesto che il governo dovrebbe nominare subito un manager di alto livello a capo dell’autorità portuale. Credo debba rispondere a pochi e chiari requisiti: autonomia e indipendenza dagli interessi delle società di shipping,  capacità manageriali, proiezione internazionale e tutela degli interessi del territorio. A monte però deve avere il mandato politico di fare di Gioia Tauro un nuovo hub del commercio internazionale e credo che qualche idea, se ci pensiamo bene, potrebbe anche venirci in mente. Qualcosa di semplice, ma rivoluzionario.

Cambiamo tema, spostiamoci sul Pd; nella mozione Emiliano, emerge l’urgenza di unire il Paese. Il Partito democratico, che da anni viaggia diviso, come vuole unire l’Italia?

Riducendo le disuguaglianze economiche e sociali, che in questo momento corrispondono spesso alle differenze geografiche. Se sei nato al sud o in una periferia avrai meno possibilità di realizzare la tua personalità, di vivere dignitosamente. La repubblica italiana è nata per abbattere questi ostacoli. Credo sia un errore continuare con la politica dei bonus a pioggia uguali per tutti, ossia dati a prescindere dal reddito. Se fai parti uguali e le dividi fra persone disuguali fai una scelta ingiusta. Odiosa in un momento di tanta sofferenza, dobbiamo correggerla.

Domenica scorsa quasi 2 milioni di Italiani hanno partecipato alle primarie, un numero molto più basso della volta precedente ma comunque significativo. Vuol dire che le primarie sono lo strumento che funziona? Se sì – e mi sposto alla politica locale – perché funzionano altrove e non a Palmi?

La partecipazione non è crollata come ci si aspettava, ma non credo ci siano le condizioni per esultare. Io penso che le primarie funzionano se sono un momento di confronto fra il Pd, i suoi militanti e il suo elettorato, sulla scelta del leader. Il problema è che spesso diventano una conta in cui è concesso di tutto. Questo perché facciamo solo le primarie, perché coviamo conflitti latenti per anni che poi esplodono nel momento della resa dei conti.  Dovremmo provare a coinvolgere gli iscritti e gli elettori ogni qual volta c’è da prendere una scelta cruciale per il paese, quando non riusciamo a trovare una soluzione che ci tenga tutti uniti senza ferite insanabili. Abbiamo molti strumenti per farlo: possano referendum interni, assemblee sul programma, forum tematici sulle scelte di indirizzo del Pd ecc.  Magari così avremmo evitato la scissione.

A Palmi la partecipazione è stata molto alta rispetto alla media nazionale, è un dato che ci dice che il Pd unito riesce a mobilitare tante persone.

Mesi fa, non ieri, ero fra quelli che sostenevano le primarie per scegliere il candidato. Oggi siamo in un’altra fase però e io sosterrò le scelte del PD. I problemi, se ci sono, li risolveremo il giorno dopo le elezioni.

Rimanendo su Palmi, il Pd si appresta ad affrontare la campagna elettorale e le elezioni sostanzialmente isolato, correndo il rischio di uscirne con le ossa spezzate. Cosa è mancato al Pd di Palmi? Forse la capacità di dialogare con le altre forze di centrosinistra?

Quando ci sono così tanti candidati del centrosinistra credo che la colpa sia condivisa un po’ da ognuno. Oggi la città ha bisogno di persone che uniscano. Tra l’altro li conosco e li stimo tutti come professionisti e come persone. Lo dico senza piaggerie.

Bisogna però dare atto che negli ultimi mesi il Pd ha provato a dialogare con tutti, io stesso ho partecipato a qualche riunione.

Sembrerà folle, ma voglio fare solo un’ultima riflessione.  A Palmi, alle primarie di domenica, ha vinto Emiliano. Il suo messaggio politico parla di un Pd che unisce e che aggrega forze diverse. Penso che questo segnale vada raccolto con lucidità da tutti i candidati che si identificano nel centrosinistra. Voglio credere ci sia ancora il tempo di unirsi, magari compiendo gesti di generosità e coraggio. Su questo il Pd di Palmi può fare la sua parte.