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Il “suo” corpo è mio e lo condivido con chi dico io.

Se mai fosse capitato in passato di sapere di un gruppo Facebook dal nome “Mia moglie”,
il più antifemminista-pensiero sarebbe subito corso ad una di quelle community o in cui si
esaltano le virtù casalinghe della propria consorte (come stirare perfettamente le camicie e
preparare arrosto e torte per il pranzo della domenica) oppure in cui si criticano tutti quegli
aspetti caratteriali-maniacali con cui le donne sovrintendono (ahimè!, in modo quasi
esclusivo) alla gestione della casa, sulla scia del profilo social Matricomio, che fa
sorridere, ma anche ridere, in modo sano e sereno dei piccoli e grandi stereotipi che
caratterizzano la vita coniugale.
In fondo, anche di questo è fatto, rectius dovrebbe essere fatto, il rapporto di coppia: un
continuo tiro alla fune fra poli opposti, che, sotto la spinta di istanze e modelli culturali
differenti, si cerca di tenere in equilibrio, per una gestione sana della propria relazione e
della famiglia che su di essa si erge.
Dal 20 agosto 2025, tuttavia, quell’antifemminista-pensiero riceve una nuova connotazione
e si arricchisce di un nuovo significato, intriso di degrado e di perversione: “Mia moglie”,
con tanto di triplice sequela di cuori rossi e un’immagine di copertina innocente e
accattivante, tipo fumetto generato con Canva, è in realtà una community italiana attiva dal
2019, con oltre 32.000 iscritti, in cui mariti, compagni, fidanzati pubblicano, o meglio
pubblicavano, foto di momenti d’intimità delle e con le rispettive mogli, compagne,
fidanzate, a loro insaputa, condividendole con gli altri membri, liberi di commentare in
modo volgare e ripugnante quelle immagini.
Ricordando che, in seguito alla campagna mediatica e agli interventi istituzionali, il gruppo
è stato chiuso da Meta proprio il 20 agosto scorso e senza volere e potere addentrarsi in
disamine di tipo socio-psicologico, la riflessione da esternare in questa sede non può che
essere di tipo culturale.
Ciò che dovrebbe, innanzitutto, preoccupare è il dover constatare che gli autori della truce
impresa sono soggetti di cultura medio-alta, con un’alfabetizzazione digitale nella norma e,
deducendone approssimativamente l’età dal novero delle professioni e dei lavori svolti,
non così in là con gli anni da doverli necessariamente inquadrare fra coloro che sono
cresciuti in un contesto socio-familiare arretrato e di tipo maschilista-patriarcale.
Se non sono direttamente figli di quelle donne che reclamavano il diritto di proprietà
esclusiva sul proprio corpo, bruciando simbolicamente i propri corsetti e reggiseni, sono
certamente uomini che hanno percorso e percorrono un lungo tratto di strada accanto ad
altre donne, che con fatica hanno tracciato e tracciano ogni giorno il limite invalicabile del
rispetto verso se stesse.
La conclusione a cui si deve giungere è che, nonostante le quotidiane e instancabili
campagne di sensibilizzazione e di contrasto agli stereotipi di genere, c’è una dieresi
profonda fra un perbenismo di superficie e una radicata e arcaica subcultura che fa
regredire la società di secoli e che si avvita principalmente sui due cardini del possesso e
dell’ostentazione.
Facendo perno sul primo, il corpo della donna è dequalificato al rango di un mero oggetto
da profanare, da possedere, da usare, senza prestare alcuna attenzione a quell’insieme di
gesti, azioni, dettagli che compongono l’intimità della relazione di coppia. E tanto più è
vero in questa raccapricciante vicenda, in cui alcune donne hanno scoperto di essere state

fotografate dal proprio compagno di vita da un dettaglio della propria camera da letto,
offerto alla visione di occhi intrusi e vogliosi.
Ruotando sull’altro cardine, il corpo della donna è il trofeo da esibire, a conforto e rinforzo
della propria virilità, quindi, ancora una volta, un corpo-oggetto issato sul vessillo che
inneggia al gallismo (ne avevamo parlato in questa rubrica, voce La speranza e il
coraggio, 7 aprile 2025).
Non siamo molto distanti da quella cultura talebana, che tanto aborriamo, in cui alle
donne, per imposizione degli uomini della propria famiglia, è proibito di scegliere i propri
indumenti ed è imposto il velo. Per assurdo, si potrebbe arrivare anche ad affermare che
la cultura integralista islamica ha maggiore rispetto per le donne se confrontata con la
nostra: almeno le proprie donne non vengono esposte come merce sui banchi del mercato
social!
Al netto anche degli illeciti penali configurabili, questa assurda vicenda, che ha avuto una
risonanza mediatica internazionale al punto che anche testate come il Financial Times, El
Paìs e persino BBC e CNN hanno riportato la notizia, apre nuovi scenari e individua nuovi
contesti sociali e culturali da bonificare con tempestività e in modo radicale. Un intervento
a cui sono chiamati non solo i professionisti del settore e i cd. addetti ai lavori con azioni
strutturate, ma ogni singolo individuo, il cui contributo può fare la differenza.
Mi piace molto l’appello lanciato dal suo profilo Instagram da Irene Facheris, che invita tutti
gli uomini a parlare di questa vicenda, ad usare quel potere che hanno, per contrastare il
fenomeno e responsabilizzare chi orbita o segue simili contesti.
Che sia davvero questa una delle soluzioni per rendere possibile ciò che, ancora una
volta, sembra destinato a restare immutato?

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