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Gioia, assolto dopo sei anni: «un calvario che mi ha distrutto»

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Riceviamo e pubblichiamo:
Mi chiamo Vincenzo Giacobbe; il 9 luglio del 2007 la mia vita fu letteralmente sconvolta da una vicenda che finì per riempire le pagine di tutti i quotidiani, locali e non, relativa ad un’operazione di Polizia, denominata “Arca”, che portò all’arresto di numerosi imprenditori, tra cui il sottoscritto, con la gravissima imputazione di associazione mafiosa ed estorsione commesse nell’ambito dei lavori per l’ammodernamento dell’autostrada Salerno- Reggio Calabria.

Da quel momento ebbe inizio un autentico calvario che mi ha distrutto tanto dal punto di vista psicofisico quanto da quello economico; invero a parte la gogna mediatica alla quale sono stato sottoposto senza neppure godere del beneficio del “dubbio” che si deve a qualsiasi essere umano in attesa di giudizio; ho dovuto sopportare quindici mesi di detenzione tra carcere (otto mesi) ed arresti domiciliari che mi hanno fortemente provato ed hanno causato l’insorgere di gravissime patologie con cui sto convivendo; sono stato addirittura ingiustamente condannato alla pena di sei anni di reclusione in sede di giudizio di primo grado e pertanto nuovamente “sbattuto” sulle prime pagine dei giornali come imprenditore vicino alle famiglie di “ndrangheta”.

Oggi, dopo quasi sei anni di sofferenza, durante i quali ho trovato conforto esclusivamente nella mia famiglia, in pochi amici e nei miei difensori Pasquale Foti e Giuseppe Martino, la Corte d’Appello di Reggio Calabria ha riconosciuto la mia estraneità ai fatti contestati e, nonostante nessuno potrà mai risarcirmi adeguatamente dei danni subiti, non mi va giù che la notizia della mia assoluzione sia affidata ad un semplice trafiletto contenuto a margine degli articoli dedicati alla vicenda, anche in ragione del fatto che i quotidiani locali, evidentemente più propensi a dare spazio ai carnefici che alle vittime, hanno preferito enfatizzare le condanne di alcuni dei miei coimputati rispetto alla fine di un’agonia durata ben sei anni.

Dunque nessuna foto segnaletica (il chè non mi dispiace affatto), nessun titolone a caratteri cubitali, nessuna locandina campeggiante in tutte le edicole del paese; soltanto la fredda notizia della mia assoluzione, che evidentemente solo i più attenti lettori hanno potuto cogliere, e che dovrebbe bilanciare l’aggressione mediatica esercitata al momento degli arresti.

La presente nota, che racchiude lo sfogo di un uomo distrutto e che difficilmente vedrà rimarginarsi le ferite subite, serve pertanto a riparare, in qualche modo, proprio alla sproporzionata differenza di trattamento riservatomi al momento dell’arresto rispetto a quello del riconoscimento della mia innocenza. Si badi infatti che non sono “diventato” innocente al momento della sentenza del 31 maggio scorso, ma evidentemente lo sono stato fin dal primo momento…