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Dalla Calabria alla Rete: il valore del Manifesto della comunicazione non ostile

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È il mese di agosto 2016 allorché Rosy Russo, consulente di comunicazione, formatrice ed esperta
di dinamiche digitali, fonda il Movimento “Parole O_Stili”, “il progetto di sensibilizzazione ed
educazione contro l’ostilità delle parole in Rete – si legge sul sito – nato con l’obiettivo di ridurre,
arginare e combattere le pratiche e i linguaggi negativi”.
Tante le motivazioni che spingono la fondatrice ad impegnarsi per promuovere il cambiamento
nella comunicazione, che sarebbe divenuto nel tempo esemplare ed iconico: la frustrazione a fronte
del dilagare dell’odio verbale, l’apprensione come madre di quattro figli di dover costruire e
lasciare un futuro pregno di valori e di rispetto per gli altri, il dovere di educare con
consapevolezza alla responsabilità, senza cedere alla tentazione di apparire “proibizionista”.
Da questa visione, Russo passa alla ricerca di collaborazione: professionisti esperti nel settore e
sensibili alla tematica proposta, con cui lavora per mesi, da agosto 2016 fino a febbraio 2017, data
in cui a Trieste, nel primo grande evento pubblico del Movimento, viene ufficialmente presentato,
votato dall’assemblea e diffuso a livello nazionale il “Manifesto della comunicazione non ostile”.
Il Manifesto è un decalogo che condensa i principi a cui ogni internauta dovrebbe ispirarsi e che
dovrebbe seguire come componente osservante, consapevole e rispettoso delle regole della
cittadinanza digitale.
Molti di quei punti cardine sono noti, altri meno, tutti contengono pillole di verità e di senso di
responsabilità, da assumere prima di comunicare via social. Ciascuna regola è seguita da un
corollario, che ne esplicita il significato:

  1. “Virtuale è reale”. Dico e scrivo in rete solo ciò che ho il coraggio di dire di persona.
  2. “Si è ciò che si comunica”. Le parole che scelgo raccontano chi sono.
  3. “Le parole danno forma al pensiero”. Mi prendo il tempo necessario per esprimere al meglio
    quel che penso.
  4. “Prima di parlare bisogna ascoltare”. Nessuno ha sempre ragione, nemmeno io. Ascolto con
    onestà e apertura.
  5. “Le parole sono un ponte”. Scelgo le parole per avvicinarmi agli altri, non per distruggerli.
  6. “Le parole hanno conseguenze”. So che ogni mia parola può fare del bene o del male.
  7. “Condividere è una responsabilità”. Condivido testi e immagini solo dopo averli letti, valutati,
    compresi.
  8. “I tasti della tastiera non sono scudi”. Non mi nascondo dietro un profilo per insultare.
  9. “Gli insulti non sono argomenti”. Non accetto insulti e aggressività, nemmeno a favore della
    mia tesi.
  10. “Anche il silenzio comunica”. Quando la scelta migliore è tacere, taccio.

La lettura integrata delle regole, e di ogni corollario riferito a ciascuna di esse, restituisce il profilo
di un cittadino o di una cittadina consapevoli, cauti, moderati, responsabili, ma anche coraggiosi e
audaci, laddove coraggio e audacia non si misurano dalla foga con cui si esprimono le proprie idee
attraverso la divulgazione di un pubblico pensiero, ma, piuttosto, perché si scrive solo ciò che si ha
il coraggio di manifestare anche a voce, guardando negli occhi i propri interlocutori.
È agevole “ruggire” o “ululare” alla luna quando i confini della savana o della foresta sono
delimitati da una tastiera, che non restituirà mai l’interfaccia reale della platea verso cui le parole
vengono lanciate, ora come strali, ora come provocazioni, ora come insulti velati o espliciti,
evocati anche da emoticons o meme o immagini.
È patetico il ricorso a metafore o a similitudini, sempre a scopo denigratorio, nell’illusoria e
tracotante convinzione che i destinatari dell’offesa “non possano capire o comprendere”, quando,
invece, scelgono semplicemente di comunicare con il silenzio, applicando la regola n.10.
Il suggerimento che dovrebbe essere colto, in modo particolare da chi è iscritto nei ruoli ufficiali
della comunicazione, è quello di “studiare” il decalogo del Manifesto delle parole non ostili, di
“interiorizzarne” i contenuti e di essere – se mai possibile – modello di riferimento per quanti, non
addetti ai lavori, abusano della comunicazione virtuale, alimentando solo un “io” già ipertrofico,
dimenticando che canoni come consapevolezza, responsabilità, ponderazione, moderazione e
autocensura delineano il profilo di un essere umano saggio e di un cittadino -virtuale e reale –
esemplare.