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Cittanova apre la stagione teatrale con Amanda Sandrelli in una “Bisbetica” che fa riflettere

Dopo il grande successo della campagna abbonamenti, è tutto pronto per la serata inaugurale
della XXII Stagione Teatrale di Cittanova.
L’Associazione Kalomena è pronta ad ospitare il pubblico delle grandi occasioni per la prima
serata in Cartellone, in programma sabato 15 novembre al Teatro Gentile con una delle più
grandi attrici del teatro italiano, Amanda Sandrelli, che interpreterà l’imponente opera classica
“La Bisbetica domata”di William Shakespeare. In scena assieme alla Sandrelli ci saranno
Maurizio Zacchigna, Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Antonio Giraldi, Riccardo Naldini, Lucia
Socci. La regia è di Roberto Aldovasi.
Il Progetto della Rassegna Teatrale ha il patrocinio e il sostegno dell’Amministrazione Comunale di
Cittanova, della Città Metropolitana di Reggio Calabria e della BCC-Banca della Calabria Ulteriore.
A partire da novembre e fino al prossimo mese di marzo, saranno cinque mesi di eventi con artisti e
compagnie di altissimo livello. Con un cartellone vario e la contaminazione tra generi, linguaggi e
sensibilità, all’insegna del divertimento intelligente, della riflessione e dell’impegno civile.
Nel corso della Rassegna, sono anche previsti gli appuntamenti di “Teatro Gourmet”, eventi che
arricchiscono il palcoscenico con la valorizzazione del buon cibo e delle eccellenze produttive del
territorio, con degustazioni in teatro dei prodotti di alcune aziende nostre partners.
I biglietti sono in vendita su VIVATICKET e in teatro.
La Bisbetica domata
“Caterina della Bisbetica domata è un personaggio che incarna un’ambiguità affascinante, un
paradosso che la rende molto più complessa di una semplice “dama addomesticata”. La sua figura si
presenta come un groviglio di contraddizioni: antipatica e intransigente, a tratti sboccata e con
posizioni integraliste, qualcuno la definirebbe persino pazza. Eppure, sotto questa corazza, si cela
una profonda libertà, un’adolescenziale e romantica aspirazione a un mondo in cui il matrimonio sia
un atto d’amore, non una transazione sociale.

Nella Padova shakespeariana de La Bisbetica domata, l’ambiguità non è prerogativa esclusiva di
Caterina. Tutti i protagonisti sono segnati da colpe, intrappolati in una rete di ipocrisie e convenzioni
sociali.
In una società profondamente maschilista come quella inglese di fine Cinquecento, l’immagine di una
Caterina “addomesticata” poteva apparire, all’epoca, come un personaggio comico, e la commedia
come un edificante lieto fine, una sorta di “selvaggia addomesticata” che trova la sua redenzione
nell’obbedienza. Tuttavia, la prospettiva è radicalmente mutata.
Oggi, la rappresentazione di La Bisbetica domata non suscita più un senso di edificazione o di lieto
fine. La visione che Caterina vorrebbe riscrivere le regole, opporsi alla madre e allo sposo, si scontra
con una realtà fatta di umiliazioni e violenza. La sua sofferenza non è più fonte di riso, ma
un’esperienza dolorosa e angosciante, pianificata fin dalle prime battute di Petruccio. Lui non è un
uomo che cerca di conquistare una donna, ma un dominatore che mira a piegare una ricca e
desiderabile preda, sapendo esattamente come farlo, con la forza o con l’inganno. Durante la
rappresentazione, tra risate, travestimenti e dichiarazioni d’amore, si cela una violenza che raggiunge
livelli da incubo. Ma il vero orrore si consuma dietro le quinte, in un luogo inaccessibile agli spettatori.
Quando la porta si chiude, non arriva nessun principe azzurro a salvare Caterina. Lei piega la testa,
ridotta a una creatura sottomessa, un “cagnolino” privato della sua forza e della sua identità. Di
Caterina, quella ragazza ribelle e passionale che sognava l’amore, non rimane che un’ombra.
Costretta all’umiliazione totale, tutti le voltano le spalle. Cosa l’attende tra le mura domestiche è un
mistero, un problema che la riguarda esclusivamente. Noi, spettatori, possiamo solo fingere di essere
felici, di celebrare un lieto fine che è in realtà una tragedia silenziosa. La commedia, in fondo, è solo
una maschera dietro cui si cela una realtà ben più oscura e disturbante. Il suo “addomesticamento”
non è una vittoria, ma una sconfitta, una perdita irreparabile di sé. E la risata, in questo contesto,
suona come un’amara beffa. La vera domanda non è se Caterina sia stata addomesticata, ma a
quale prezzo”.

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