La parola Amore: dal latino a-mors, ovvero «senza morte». Non significa soltanto che l’amore possa vincere
la morte, ma anche, secondo una mia personale interpretazione, che quando ci si innamora, quando si ama
qualcuno o qualcosa, ci si sente profondamente vivi.
L’amore, come scriveva il Sommo Poeta Dante Alighieri, è «L’amor che move il sole e l’altre stelle».
Dante si riferiva all’Amore divino, all’amore puro di Dio. Non un sentimento passivo, ma la forza motrice
dell’intero universo. Secondo la concezione aristotelico-tomistica del tempo, il desiderio dei cieli di
ricongiungersi a Dio generava il loro movimento, mantenendo così l’ordine e l’armonia del cosmo: il sole, le
stelle, l’intero universo.
Ed è ancora Dante, attraverso le parole di Francesca da Rimini, a consegnarci un’altra straordinaria
definizione dell’amore: «Amor, ch’a nullo amato amar perdona».
Un sentimento tanto potente da non concedere a chi è amato la possibilità di non ricambiare.
L’amore, nella mia visione, esisteva già prima della nascita del mondo. Era quello Spirito che «aleggiava
sulle acque». Dio, mosso da un amore immenso, la cui grandezza sfugge alla comprensione della mente
umana, ha creato un mondo di meravigliosa perfezione.
Il mare, con la sua sconfinata bellezza; i fiumi, che scorrono ora lenti, ora impetuosi; il sole, la luna,
principessa dorata della notte, le stelle. Gli alberi, i fiori, con la loro infinita varietà e perfezione. La bellezza,
i profumi, i sapori della frutta, così diversi e sorprendenti. E poi gli animali, creature straordinarie, in cui
ritroviamo caratteristiche che ci ricordano l’uomo.
Non si può non rimanere incantati davanti a tanta armonia. Fermiamoci un istante e osserviamo un cane:
ha gli occhi, il naso, la bocca, le orecchie. Lo stesso accade con i gatti, con gli uccellini dai loro piccoli occhi e
dalle loro minuscole bocche.
Tutta la natura, ai miei occhi, è espressione dell’amore di Dio.
E poi c’è l’amore immenso della Madonna per il suo Gesù. Un amore sconfinato, cominciato con quel «Sì»
che ha cambiato la storia del mondo. Maria avrebbe potuto dire no, ma l’amore e la fede la condussero ad
accogliere una missione più grande di lei.
Penso che ancora oggi la mente umana non possa comprendere fino in fondo l’immensità dell’amore che la
Vergine Maria nutre per Gesù e per tutti noi, suoi figli, fragili e peccatori.
C’è poi l’amore di una madre. Quell’emozione indescrivibile che nasce quando ascolta per la prima volta i
battiti del cuoricino del suo bambino, quando ne avverte i primi movimenti, quei piedini che scalpitano nel
grembo. È l’attesa, la trepidazione, il miracolo della vita che cresce.
Un legame che va oltre tutto e tutti, perché una madre è per sempre. È come un mutuo che non si estingue
mai.
E che dire dell’amore per una sorella o un fratello? Sono la parte migliore di noi, le nostre meravigliose
estensioni, pezzi della nostra storia e della nostra anima.
C’è l’amore che le suore e i sacerdoti nutrono per Gesù: un sentimento che va oltre ogni cosa, che non
conosce misura e che, giorno dopo giorno, si rinnova e cresce. E poi Gesù è l’unico che non tradisce mai.
Esiste anche l’amore per il proprio lavoro. Penso al mio, quello di giornalista e scrittrice. Scrivo e non mi
stanco mai. Quando mancano gli articoli, quando non riesco a dare voce ai miei pensieri attraverso le
parole, avverto un vuoto nell’anima. Perché anche il lavoro, quando diventa passione autentica, può essere
una forma d’amore.
Amare una persona significa desiderare di averla accanto per tutta la vita, aspettare con impazienza il
momento di rivederla, contare le ore che separano da un incontro.
Esistono, tuttavia, tante forme d’amore.
C’è l’amore adolescenziale, che ai miei tempi era quasi sempre platonico. Amori intessuti di sogni, sorrisi e,
al massimo, castissimi baci. Sentimenti innocenti, spesso nati tra i banchi di scuola, quando bastava uno
sguardo per far battere il cuore.
Erano amori quasi feticistici: si conservavano i biglietti, le fotografie, le cartoline come fossero reliquie
preziose, da proteggere dal tempo e dal mondo.
Ricordo una mia compagna di scuola che non voleva lavarsi la guancia sulla quale il suo ragazzo l’aveva
baciata. Quel bacio doveva restare lì, come una traccia indelebile di felicità.
Oggi gli amori adolescenziali sono profondamente cambiati. A mio avviso, hanno perso una parte di quel
sogno, di quella dimensione platonica e innocente che li rendeva così speciali.
Ci sono poi gli amori impossibili, quelli che rimangono sulla pelle, che diventano un boccone difficile da
mandare giù, qualcosa che non va «né su né giù». Amori che resistono al tempo, che attraversano gli anni e
sembrano superare persino gli oceani della vita.
Mi viene in mente una scena del film Dracula, di Francis Ford Coppola, che descrive magistralmente proprio
l’amore capace di superare le barriere del tempo.
E poi c’è la passione, quella che arriva all’improvviso e travolge ogni cosa.
La passione è come un fiume in piena: non conosce regole, non conosce confini e, talvolta, sembra non
conoscere nemmeno Dio. Ma spesso, dopo un po’, si esaurisce.
Anche la passione più travolgente può trasformarsi in cenere. Una cenere d’argento, custodita in un’urna di
cristallo, come il ricordo di qualcosa che è stato e che non potrà più tornare.
Ma bisogna anche distinguere l’amore dalla possessività e dalla violenza. Esistono passioni malate,
sentimenti distorti che sfuggono al controllo e diventano tragedie. La cronaca ci racconta continuamente di
delitti commessi in nome di un presunto amore, che amore non è. Perché chi ama non possiede, non
annienta, non uccide.
E poi c’è l’amore che porta all’altare. Quello che spinge due persone a decidere di camminare insieme lungo
i sentieri della vita, a volte ricoperti di rose, altre volte disseminati di spine.
Ancora oggi, quando partecipo a un matrimonio, mi capita di piangere. Sono lacrime di gioia, forse, ma
anche di tristezza e malinconia.
Penso agli amori impossibili, a chi l’abito da sposa lo ha soltanto sognato, immaginato, desiderato, senza
mai poterlo indossare. Penso a quelle donne che vivono avvolte dal freddo serpente della solitudine,
mentre il loro abito bianco è rimasto invenduto in un atelier o forse è stato acquistato da altre donne più
fortunate.
Eppure, nonostante tutto, credo che sia sempre meglio amare.
Anche se poi si soffre. Anche se quell’amore è impossibile. Anche se finisce.
È sempre meglio aver amato.
Perché l’amore, proprio come i sogni, aiuta a vivere. E anche quando finisce, ci lascia qualcosa di prezioso: il
ricordo dei giorni felici, il desiderio di vedersi, la gioia dell’attesa, il cuore che batte più forte, un vestito
nuovo da indossare per lui, la corsa per raggiungerlo e abbracciarlo.
Ci lascia il ricordo di quelle albe attese con impazienza, nella speranza di poter vivere ancora un altro giorno
insieme.
In questo mondo così malato di odio, dolore e solitudine, abbiamo un bisogno immenso d’amore.
Amore per la natura e per l’ambiente, per il proprio lavoro, per la famiglia, per il proprio paese, per la
patria. Amore per gli altri, per le piccole cose, per tutto ciò che rende degna e meravigliosa la nostra
esistenza.
Abbiamo bisogno di ritrovare il valore dei sentimenti, della gentilezza, della solidarietà. Abbiamo bisogno di
riscoprire quella forza invisibile che ci unisce e che ci permette di guardare al domani con speranza.
Siamo circondati da troppe forme di morte, fisica e dell’anima. Dobbiamo tornare all’amore, riscoprire la
bellezza di amare e di sentirci vivi.
Perché, in fondo, tutto riconduce a quelle straordinarie parole di Dante Alighieri:
«L’amor che move il sole e l’altre stelle».
E forse è proprio da lì che dovremmo ricominciare.





