All Inside: La lunga deposizione di Rosa Ferraro

Il tribunale di Palmi
Il tribunale di Palmi

PALMI – Come un fiume in piena, per quasi cinque ore, Rosa Ferraro, testimone al processo All Inside contro la potente famiglia rosarnese dei Pesce, ha ricostruito quei sei anni bui della sua vita, trascorsi nella città roccaforte della famiglia più temuta della Piana.

Due anni in casa di Salvatore Pesce, il suo “datore di lavoro”: badava una sua anziana parente per 300 euro al mese. Dentro quella casa Rosa Ferraro ha visto e udito di tutto: armi, droga, documenti falsi, assicurazioni false da vendere, rapine, estorsioni. Ma lei in silenzio doveva sopportare tutto questo. Muta doveva stare, altrimenti l’avrebbero fatta fuori.

Inquieto
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Non una semplice minaccia quella di ucciderla ma un disegno, un progetto che i suoi zii ed i suoi parenti più stretti avevano figurato nel corso di una riunione di famiglia, dopo aver saputo della sua decisione di collaborare con gli uomini della Guardia di Finanza.

Da quel momento inizia per Rosa Ferraro un vero e proprio calvario: minacce esplicite, minacce al telefono che la costringono a cambiare numero di cellulare. Addirittura la buttano fuori di casa, alle undici di sera. Incalzata dalle domande dei Pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Giulia Pantano, la donna racconta alcuni particolari della sua convivenza in casa di Salvatore Pesce.

Il conto corrente – Rosa Ferraro accetta di farsi intestare un conto corrente da Salvatore Pesce, «per dargli una mano». Era Salvatore a recarsi dal direttore a ritirare gli assegni collegati al suo conto, per via dell’amicizia con il direttore della banca.

La droga – Il garage di casa Pesce era un laboratorio della droga. La sostanza stupefacente era nascosta in un lavandino. Era molta. «Ne avevano sia di colore bianco che verde», racconta la donna. In garage un tale Rocco la tagliava e la divideva. «Entrava ed usciva dal garage anche 5-6 volte al giorno. Poi andava a venderla vicino ad un supermercato, insieme a Salvatore Pesce. La droga proveniva da Milano. Francesco Pesce insieme ad un amico, Andrea Fortugno, andava a prenderla. Lui, Francesco, consumava spesso droga, tanto che a volte stava talmente male da non riuscire a guidare fino a casa».

Le carte di credito – Ne avevano diverse. Provenivano da Milano e le avevano portate a Rosarno Salvatore Pesce e Rocco Palaia. Con le carte di credito acquistavano profumi, creme per i corpo e prodotti da consegnare in carcere a Giuseppe Ferraro.

La rapina in gioielleria – Un pomeriggio, intorno alle 17, “qualcuno” va a compiere una rapina in una gioielleria, la Gelanzè. La refurtiva viene portata a casa: bracciali, orologi marca Rolex, anelli, collane. Il proprietario del negozio si era rifiutato di pagare «la mazzetta» ai Pesce e loro si erano difesi devastando la gioielleria. Con il ricavato avrebbero pagato gli onorari ai loro avvocati.

Le armi – I Pesce si fanno forti con le armi. Hanno fucili e pistole. Il fucile è stato lasciato da Giuseppe Ferraro ai familiari, come ricordo. Lo usava Francesco Pesce per seminare il panico in città, tra chi non pagava.

I pizzini – Di rientro dal carcere, Francesco Pesce, andato a colloquio con Giuseppe Ferraro, porta dei bigliettini, nei quali c’erano scritti messaggi precisi, di cui la donna non sa però riferire il contenuto.

Un lungo racconto, meticoloso, a tratti struggente, poi, sul finire della deposizione, Rosa Ferraro si lascia andare a delle pesanti accuse contro la famiglia Pesce: «Sono mafiosi, loro sono mafiosi giudice. Tutti li temono a Rosarno, tutti hanno paura di loro ed ho paura anche io di loro. Perché se dici di no, se non paghi la mazzetta o non fai come loro ti ordinano, ti uccidono. Sono come i funghi, sono ovunque».

Viviana Minasi