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Quelle morti sull’asfalto che la società non può più contare

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La morte dei giovani devasta e annienta: la vita, nel suo sbocciare e fiorire, non dovrebbe essere
mai falciata, ma, al contrario, custodita e protetta. Quando, poi, la tragedia si consuma sull’asfalto,
la desolazione si unisce alla rabbia e al rimorso, il pianto alla rabbia, il dolore al pensiero che quel
sacrificio di vite avrebbe potuto essere evitato.
Questa mattina la città di Messina ha vestito il lutto cittadino per i funerali di Giulia Scimone, la
quindicenne travolta a Torre Faro dalla motocicletta sfuggita al controllo del suo conducente, un
ventenne, che impennava ad alta velocità con il suo mezzo lungo il rettilineo.
E prima di Giulia, ci sono stati Valerio ed Emanuele nel Lazio; Camilla, Lorenzo e Riccardo,
precipitati con l’auto su cui viaggiavano in un canale a Senago, nel milanese; Sofia, travolta in
scooter con l’amica – rimasta gravemente ferita – da un’automobile guidata da una neopatentata, a
Ceriale, nel savonese; episodio, quest’ultimo, tanto tragico, quanto raccapricciante per i commenti
di uno dei passeggeri subito dopo l’impatto: “Bro, per un mese niente lavoro, tentato omicidio ci
han fatto”. Secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, sono 449 le vittime della strada
accertate nei primi cinque mesi del 2026; un’escalation che sembra destinata a non arrestarsi e a cui
si è aggiunto, nella notte fra il 30 giugno e il 1° luglio, il diciottenne Andrea, morto scivolando
sull’asfalto, dopo l’ultima consegna a domicilio per la pizzeria per cui lavorava.
Il dolore brucia il petto, come l’asfalto che scortica la pelle nell’impatto della caduta.
Questi ragazzi e ragazze hanno la stessa età e gli stessi sogni e la stessa leggerezza dei nostri figli o
nipoti o fratelli e sorelle; come hanno la stessa età anche coloro che hanno causato, in talune
circostanze, i fatali incidenti.
Non basta, allora, il cordoglio unanime, non bastano i post di condivisione sui social, non basta solo
sentirsi parte della “social catena” per resistere alla ferocia della “Natura matrigna”, come cantava
Leopardi ne “La Ginestra”.
Occorre, invece, interrogarsi, con una mano sul cuore, se quanto viene professato e diffuso da
famiglie, istituzioni e società sia sufficiente per fare comprendere fino in fondo il sacro valore della
vita umana e l’assoluta inaccettabilità di esporla a pericoli o di annientarla con comportamenti
sconsiderati.
Le fatalità e le cause imprevedibili sfuggono al controllo dell’uomo, ma attività e azioni, come la
circolazione stradale, possono essere dominate e controllate dall’essere umano, con uso di diligenza
e di prudenza.
Un’impennata per dar prova della propria abilità può avere lo stesso peso di un corpo schiantato
sull’asfalto?

Una gara di velocità può superare per valore il rischio di travolgere e mutilare giovani corpi?
Strade poco illuminate e insidiose possono essere accettate a fronte della devastante desolazione del
dolore che affliggerà i familiari delle vittime della strada per il resto della propria vita?
Ho avuto modo di conoscere i familiari di Valeria Mastrojeni, la giovane diciassettenne messinese
che alla vigilia dell’estate del 1997, di ritorno da una passeggiata con il fratello Marcello e con un
amico, è morta sul colpo, scaraventata da un’automobile lanciata a folle velocità nel pieno centro
cittadino. La madre di Valeria, Pina Cassaniti Mastrojeni, ha trasformato il più disumano dei dolori
in azione civica e positiva, diventando nel 2001, da Presidente dell’AIFVS (Associazione Italiana
Familiari Vittime della Strada), la voce che richiama al senso di responsabilità privati, associazioni
e istituzioni a collaborare per educare, prevenire e contenere gli incidenti stradali; “perché – dice
Pina a seguito della recente tragedia di Torre Faro – la fatalità non esiste. Noi siamo responsabili di
tutto ciò che facciamo, dobbiamo vivere e permettere che gli altri vivano”.
Che il problema esista e sia anche di proporzioni allarmanti è confermato anche dal tavolo
interministeriale, a cui hanno partecipato, nelle scorse settimane, i Ministri Salvini, Piantedosi e
Valditara, programmando un’attività di contrasto alle morti sull’asfalto con progetti educativi nelle
scuole e spot di sensibilizzazione che riescano a far comprendere la drammaticità e la serietà degli
eventi.
Ma sono, soprattutto, i giovani a dovere realizzare che la prudenza non è l’antitesi dell’esuberanza,
che la cautela non è l’antidoto alla voglia di vivere, che la prevedibilità di possibili incidenti non “è
da sfigati”, ma è attivazione di quella responsabilità, che si presume essere certificata sulla patente
unitamente alla licenza di guida.
Una società che si prende cura delle sue risorse è una società che tutela il proprio futuro, ma oltre
l’impegno delle istituzioni, è la scelta del singolo che può cambiare il decorso degli eventi.
Obbedire alle leggi dell’uomo e osservare la legge morale che ognuno ha dentro possono essere
componenti cruciali nel dominio di azioni nate per facilitare i contatti fra gli esseri umani e non per
distruggerne l’esistenza, ricordando, se possibile, l’esempio del girasole, che prospera seguendo a
lungo il corso del sole nella stagione più bella e luminosa dell’anno, e non il papavero, che puntella
i campi lungo l’asfalto per un giorno soltanto.