Gioia, il Metauros diventa Polo Museale

Nella Piana, per il momento, l’unica struttura che è stata assegnata alla nuova organizzazione dei Beni culturali è il Museo archeologico di Metauros

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Sarà il Polo Museale, la nuova struttura introdotta dalla riforma Franceschini, l’istituzione dei Beni museali preposta alla gestione di numerosi musei e parchi del territorio.
Nella Piana, per il momento, l’unica struttura che è stata assegnata alla nuova organizzazione dei Beni culturali è il Museo archeologico di Metauros sorto nel palazzo Baldari nel quartiere storico di Pian delle Fosse a Gioia Tauro.

Un museo giovane, se vogliamo, essendo stato istituito pochi anni fa ma ancora in corso di allestimento e le cui potenzialità sono enormi. Sia per il materiale archeologico esistente, sia perché il Palazzo che oggi accoglie anche la biblioteca comunale, potrebbe diventare un museo di grande richiamo e suggestione per le sue caratteristiche architettoniche che lo pongono tra le strutture più conservate nel cuore dell’antico quartiere di Pian delle Fosse. Ancora oggi circondato dai resti di torre cinquecentesche e col sottosuolo percorso da cuniculi e sotterranei che per gli abitanti di Gioia Tauro è stato sempre un luogo dell’anima.

L’attribuzione del museo di Metauros alla nuova organizzazione del Polo presenta degli aspetti che si potrebbero definire interessanti, anche se molti sono gli interrogativi che nascono dal fatto che lo stesso ufficio che ha sede Cosenza, non dispone al momenti di uffici sul territorio, neanche a livello provinciale o meglio dire come Città metropolitana.

Ma le opportunità che si aprono sono tante perché questa organizzazione in via di definizione, intanto lo pone al di fuori del gran numero dei musei che fanno parte della Soprintendenza archeologica e paesaggistica e architettonica di Reggio Calabria e Vibo Valentia. Circostanza che potrebbe favorire l’utilizzazione di risorse economiche che altrimenti sono da utilizzare su un più vasto scenario.

Nonostante l’istituzione recente del museo, Metauros è stata oggetto già di particolare attenzione da parte del grande Paolo Orsi allorquando, ancora il territorio era sotto la giurisdizione della Soprintendenza di Siracusa. Nel 1902, infatti, Orsi fa un vero e proprio monitoraggio del territorio e ne dà notizia su Notizie Scavi.

L’archeologo di Rovereto, infatti, ci ha lasciato una preziosa mappa per l’individuazione nel territorio dei luoghi di interesse archeologico. Intanto ha tracciato, senza esitazione e con il riscontro sul terreno, del tracciato della via Popilia dal fiume Mesima, al Petrace (antico Metauros), che attraversava l’abitato di Medma, le zone allora boscose tra Rosarno e Gioia Tauro, Drosi, popolosa frazione di Rizziconi da sempre indicata dalla tradizione erudita come “stazione” di posta della via Popilia, in età romana, e veniva indicata dallo stesso Orsi come “strada “Regie poste”.

Il percorso si fermava in posizione elevata, sulla riva destra del fiume Petrace, dove sorgeva il piccolo borgo di San Leo per poi riprendere al di là del fiume. Contemporaneamente ha posto le basi per il futuro, per quanto riguarda il patrimonio archeologico di Metauros, poiché riportava un disegno di materiale archeologico scoperto a Gioia Tauro. Materiale descritto minuziosamente ma di cui non si conosceva la fine. Venti anni dopo quel disegno, il materiale, che si trovava nel Metropolitan Museum di New York, venne pubblicato dalla studiosa Gisela Richter in una rivista americana che ne riportava le foto come proveniente dal Sud Italia citando anche il disegno di Orsi.

Non sono bastati i ritrovamenti effettuati dagli acroteri in terracotta, molto simili al cavaliere di Marafioti di Locri, in località terre della Chiesa, in un possedimenti del marchese Enrico Gagliardi, figura di grande rilievo, amico di Paolo Orsi e Umberto Zanotti Bianco ma anche presidente dell’associazione Italia Nostra, fondata da Zanotti Bianco, che lui ripetutamente finanziava per ricerche archeologiche e altre attività.

Quei cavalieri destinati ad essere donati al museo, non vi arrivarono mai. Ne rimane testimonianza in uno scritto che proprio Umberto Zanotti Bianco aveva sollecitato, corredato da fotografie che sono diventate documento storico, poiché dei due gruppi si son perse le tracce con la morte del marchese Gagliardi.

La svolta decisiva per la conoscenza dell’antico centro magno greco, si ebbe prima con la fortunata campagna di scavo effettuata nel 1959 dal soprintendente Alfonso De Franciscis. che riuscì a localizzare una villa di età ellenistica ed una ricca ed estesa necropoli che dalla fase pregreca giungeva all’età romana, facendo riemergere la città dal buio della storia.

Fu poi una nostra segnalazione nel 1973 che riportò l’attenzione su Metauros e sulla località Pietra, per la presenza di frammenti ceramici di età arcaica e di un’urna cineraria. L’intervento della Soprintendenza, da quel momento, servì a scavare la necropoli per oltre 10 anni, recuperando ben 1800 tombe di età pregreca, greca e romana che oggi costituiscono una parte importante del museo di Palazzo Baldari.

Il museo, che ha attivato un eccezionale movimento di visitatori, è stato quindi inserito in questo nuovo sistema del Polo Museale che, però, anche se presenta un nome nuovo di zecca, ripete il modello del passato che vedeva la Soprintendenza ai Beni artistici della Calabria con la sola sede di Cosenza. Tale modello si ripete, senza alcuna base periferica per il collegamento con l’organizzazione operativa e le amministrazioni locali e, addirittura, la Città metropolitana che ingloba i comuni della provincia di Reggio Calabria. Speriamo che il problema venga affrontato tempestivamente altrimenti la riforma sarebbe molto peggio del vecchio sistema assicurato dalla Soprintendenza.
Giuseppe Mazzù