
ROSARNO (26 agosto 2011)– Dal carcere di Opera, in provincia di Milano, nel quale sta scontando una condanna all’ergastolo, Rocco Pesce (classe ’55) sembrerebbe aver scritto una missiva di protesta indirizzata ad Elisabetta Tripodi, sindaco della città di Rosarno.
Nella mattinata di oggi è stata indetta una conferenza stampa presso palazzo “S. Giovanni”, alla quale erano presenti Michele Brilli, assessore alla Pubblica Istruzione, Michele Fabrizio, assessore con delega al Commercio, e Grace D’agata, consigliere del Pd, in merito agli elementi contenuti nell’epistola ricevuta dal primo cittadino del comune medmeo, alla quale, il 30 agosto alle 17:30, sarà dedicato un intero consiglio comunale.
Lo scritto, che reca il timbro di un ufficio postale di Opera (Mi), era contenuto in una busta da lettere del comune di Rosarno. «Elisabetta Tripodi – ha spiegato Brilli – benché sia ancora in ferie, è rientrata ieri, per una riunione straordinaria, e si è ritrovata tra le mani la busta incriminata». L’amministratrice, dopo averne letto il contenuto, si è subito recata presso la tenenza dei carabinieri di Rosarno, i quali hanno immediatamente avviato le indagini di rito, per far luce (nonostante si tratti di un messaggio firmato) su chi sia il reale esecutore materiale dell’elaborato.
Gli amministratori del comune medmeo, in virtù delle indagini d’accertamento in corso, hanno preferito non rendere noto, durante la conferenza stampa, il testo integrale della lettera, nella quale si accusano Elisabetta Tripodi e la sua amministrazione di aver fomentato, durante gli ultimi mesi «con esternazioni e congratulazioni, rivolte a magistratura e forze dell’ordine, un ingiustificato accanimento mediatico verso la famiglia Pesce». Nello sfogo dell’uomo vengono trattati vari temi “caldi” che hanno riguardato, da vicino, la cittadina rosarnese e la famiglia Pesce: sequestri di beni mobili ed immobili, l’ordinanza di abbattimento di una villetta abusiva, nonché alcuni arresti, ritenuti “eccellenti” da parte degli inquirenti.
«La mia famiglia – ha scritto l’uomo – ha persino gioito e festeggiato per la sua vittoria, perché pensavamo che il paese potesse trarne beneficio, ed invece, con molto rammarico, ho constatato che lei ci si accanisce contro. Noi, aggiunge l’uomo (riferendosi al suo nucleo familiare più stretto), avremmo invece bisogno di supporto sia economico che morale, lo stesso che lei e la sua amministrazione date, fieramente, agli extracomunitari». Nella missiva si asserisce, infine, che: «risulta una cosa improbabile che la mia famiglia sia una minaccia per la cosiddetta “parte sana” della città». Inoltre si sottolinea il fatto che «prima di accodarsi a gratuiti proclami da moralisti, bisognerebbe ricordare che tutti noi abbiamo degli “scheletri nell’armadio”», rivolgendosi al sindaco ed alla sua amministrazione. Ora non resta che attendere l’imminente consiglio comunale di martedì, intanto le indagini d’accertamento, da parte dell’arma dei carabinieri, sono partite.
Francesco Comandè





