Processo Califfo, scendono in piazza le donne dei Pesce: “Vogliamo giustizia vera”

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protestaPALMI – Sono madri, mogli, figlie. I loro congiunti, ieri, sono stati condannati in primo grado al termine del processo “Califfo”, celebrato contro affiliati alla cosca Pesce di Rosarno. Una sentenza pesante che loro, quelle donne, bollano come «ingiusta», e per questo motivo hanno voluto manifestare il loro dissenso dando vita ad un sit-in di protesta in piazza Amendola, a Palmi, proprio dinanzi al palazzo della Procura. «Vogliamo giustizia vera», «Chiediamo aiuto alle autorità», si legge nei cartelli che le donne tengono in mano.

Incatenate, con in mano una lettera indirizzata alla Procura antimafia, le donne sono rimaste lì ferme per tutta la mattinata, sfidando anche la pioggia. «Siamo qui per protestare contro le ingiuste sentenze inflitte contro i nostri familiari – si legge nella lettera – accusati e condannati per un banale biglietto ritrovato nel carcere di Palmi con su scritto nomi di persone innocenti». Il «banale biglietto» cui fanno riferimento nella lettera è il pizzino trovato e sequestrato a Francesco Pesce nell’agosto del 2011, in carcere. Quel pizzino che conteneva un messaggio per i fiancheggiatori dei Pesce e che l’uomo stava tentando di portare all’esterno. Sei i nomi scritti in quel pizzino, nomi di persone che gli inquirenti ritengono collaboratori stretti del boss della cosca di Rosarno. Si tratterebbe invece, per le donne oggi in protesta, di  «persone innocenti che da un momento all’altro si sono ritrovate, senza saperne neppure il motivo, catapultate in questa vicenda».

Nella lettera le donne criticano inoltre l’interpretazione della frase «un fiore per mio fratello» fatta dalla Procura reggina, secondo cui con quelle parole il boss Pesce intendeva “investire” il fratello del ruolo di capo della famiglia, essendo lui in carcere. «La Procura non ha svolto indagini dettagliate – scrivono ancora le donne – Più volte anche i nostri avvocati hanno cercato di dimostrare che la predetta interpretazione poteva non essere quella esatta e far capire ai giudici che il termine “fiore” può avere svariati significati, come ad esempio inteso come “denaro” o come nome proprio di persona».