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Polistena, Laruffa: «L’antimafia si misura con la coerenza, serve una comunità unita contro ogni intimidazione»

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In un articolato intervento pubblico, Cesare Laruffa richiama il valore della rettitudine morale come primo presidio contro la criminalità organizzata e contro quella “zona grigia” fatta di silenzi, convenienze e relazioni opache che rischiano di indebolire il tessuto sociale. Nel ricordare il sacrificio e l’impegno di figure simbolo della storia amministrativa di Polistena, Laruffa esprime solidarietà all’attivista di Forza Italia Omar Spanò per il presunto atto intimidatorio subito, ribadendo che la difesa della legalità non può fermarsi alle dichiarazioni di principio ma deve tradursi in comportamenti concreti, trasparenza e responsabilità. Un appello, infine, ad abbassare i toni del confronto politico e sociale per rafforzare l’unità della comunità e contrastare ogni forma di condizionamento mafioso:

La rettitudine morale è il primo argine alla criminalità organizzata e a quella zona grigia
che, attraverso relazioni opache, convenienze e silenzi, finisce per inquinare il tessuto
sociale di una comunità.
Polistena ha una storia importante di contrasto alla mafia, una storia fatta di coraggio, di
scelte difficili e di uomini che hanno pagato personalmente il prezzo della propria
coerenza.
I nostri ex sindaci, Mommo Tripodi e Giovanni Laruffa, sono stati costretti a vivere a lungo
sotto scorta. Giovanni Laruffa, in particolare, è stato vittima di un attentato alla vita per
aver scelto di denunciare, agli organi competenti, gli interessi della ‘ndrangheta.

Questa è una pagina della nostra storia che merita rispetto e memoria. Non per costruire
classifiche di coraggio o attribuire patenti di antimafia, ma per ricordare che contrastare la
mafia significa assumersi responsabilità, rompere i silenzi, denunciare le connivenze e
scegliere di non voltarsi dall’altra parte, anche quando farlo comporta rischi personali.

L’antimafia, infatti, non può essere soltanto una parola da pronunciare nelle manifestazioni
pubbliche, un’etichetta da esibire o uno strumento da utilizzare per acquisire consenso.
Deve tradursi in fatti, comportamenti e azioni concrete.
La rettitudine morale dovrebbe essere praticata, non predicata.
Dovrebbe riconoscersi nelle frequentazioni, nelle relazioni che scegliamo di coltivare, nella
trasparenza delle nostre azioni, nel rispetto delle regole e nella capacità di assumere
posizioni scomode quando sarebbe più conveniente tacere.
Dovrebbe emergere nei comportamenti quotidiani, nella distanza da ogni forma di
ambiguità e nel rifiuto di quelle complicità silenziose che finiscono per normalizzare ciò
che non può e non deve essere considerato normale.
È in questo contesto che si colloca la mia solidarietà a Omar Spanò, attivista di Forza
Italia, per l’atto intimidatorio che mirerebbe a scoraggiarlo dal proseguire il proprio
impegno nella vita pubblica della nostra comunità.
La libertà di espressione e di impegno è un principio democratico che deve essere tutelato
senza distinzioni di appartenenza.
C’è, inoltre, un altro aspetto sul quale credo sia necessario soffermarsi: la necessità di
abbassare i toni e alzare il livello del confronto nella nostra comunità.
Polistena ha bisogno di un confronto sano, di “pacificazione” e di una dialettica
democratica capace di mettere in discussione scelte e responsabilità. Ma tutto questo

deve avvenire nel rispetto delle persone, senza trasformare il dissenso in ostilità e la
contrapposizione in uno scontro permanente.
In una realtà come la nostra dilaniata da contrasti, divisioni e contrapposizioni, la
criminalità organizzata può trovare terreno fertile per insinuarsi, sfruttare le fratture,
alimentare diffidenze e approfittare dell’indebolimento dei legami sociali.
Quando una comunità perde la capacità di riconoscersi in valori condivisi, quando il
confronto lascia spazio alla delegittimazione reciproca e quando prevalgono le divisioni,
diventa più difficile costruire quegli anticorpi civili e democratici indispensabili per
contrastare ogni forma di condizionamento criminale.
Abbassare i toni non significa rinunciare alla fermezza. Alzare il livello del confronto
significa restituire dignità e forza alla comunità.
Significa saper criticare senza alimentare odio, denunciare senza strumentalizzare,
discutere senza perdere di vista il bene comune. Significa riconoscere che, pur partendo
da posizioni differenti, esistono valori che devono unirci tutti: la libertà, la legalità, il rispetto
delle istituzioni e il rifiuto di ogni intimidazione.
Chi partecipa al pubblico dibattito ha il dovere di dare l’esempio, promuovendo una cultura
della legalità che non si esaurisca nelle parole, ma si traduca nella trasparenza delle
istituzioni, nella responsabilità di chi le rappresenta e nella capacità di costruire una
comunità libera da condizionamenti.
La nostra comunità merita scelte credibili, istituzioni autorevoli e una società civile capace
di respingere ogni forma di intimidazione e condizionamento. Merita un confronto pubblico
all’altezza della propria storia, nel quale le differenze non diventino fratture insanabili e il
dissenso non impedisca di riconoscersi in un comune orizzonte di legalità e giustizia.
La legalità si dimostra con i fatti. L’antimafia si misura con la coerenza. La rettitudine
morale comincia da ciascuno di noi. E una comunità capace di confrontarsi con rispetto,
senza rinunciare alla fermezza, è una comunità più forte e meno esposta ai tentativi di
condizionamento della criminalità organizzata.