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Omicidio Saoumaila Sacko: condanna in primo grado a 22 anni per Antonio Pontoriero

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Ha un nome e un volto l’assassino di Soumaila Sacko, il sindacalista maliano dell’USB residente nell’ex ghetto di San Ferdinando, ucciso da due colpi di fucile alla testa il 2 Giugno del 2018, mentre aiutava due amici a ripulire un pezzo di terra ricoperto di rottami in zona Fornace, nel vibonese.

La Corte d’Assise di Catanzaro ha condannato a 22 anni di reclusione Antonio Pontoriero, 44 anni, per omicidio volontario; accolta dunque la richiesta del pm Ciro Lomoro, che aveva invocato una condanna per omicidio volontario.

Quel pomeriggio del 2 Giugno Soumaila si trovava insieme a Drame Madiheri e Fofana Madoufoune; cercavano qualcosa tra le lamiere che fosse utile per costruire una baracca nel vecchio campo di San Ferdinando in cui erano ospiti. Pontoriero, un tempo proprietario di quel terreno fino al giorno della confisca avvenuta anni fa, si trovava a passare di lì e vedendo i tre uomini intenti a cercare qualcosa, non ci ha pensato due volte: ha preso il suo fucile da caccia ed ha esploso quattro colpi.

Due hanno raggiunto Soumaila alla testa, un terzo colpo ha mancato di poco uno dei due amici della vittima, rimasto a vegliare il corpo senza vita di Soumaila, mentre l’altro correva per raggiungere la stazione dei carabinieri e denunciare quanto successo.

«Care amiche, cari amici, cari compagni: questa è una giornata molto importante, è una giornata di giustizia perché il Tribunale di Catanzaro ha appena condannato l’assassino di Soumaila Sacko – ha commentato in un breve video pubblicato sui social il sindacalista Aboubakar Soumahoro – Ho appena sentito i familiari di Soumaila che vivono in Mali, quelli che si trovano in Francia e in Italia per comunicare la notizia. Nel 2018, quando riportammo ai familiari di Soumaila la salma in Mali, prendemmo l’impegno di batterci affinché venisse fatta giustizia e si ricercasse la verità. Bene, oggi è successo tutto ciò, è stata fatta luce su un triste episodio di cronaca».

«Questa sentenza è la dimostrazione che la vita dei braccianti, degli esclusi deve contare indipendentemente dal colore della pelle, dalla provenienza geografica o dall’orientamento religioso», ha concluso Aboubakar Soumahoro.

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