Riceviamo e pubblichiamo:
Ai Segretari di Cgil, Cisl, Uil Piana di Gioia Tauro
Al Presidente Confindustria Reggio Calabria
Al Presidente della “Citta degli Ulivi” Gioia Tauro
L’ESERCITO DEGLI SCHIAVI CALABRESI E IL SILENZIO DELLE PARTI SOCIALI
La Calabria, che per le sue specificità socio-economiche da “recessione eterna” è stata da sempre immune agli shock economici, questa volta non sembra essere risparmiata dalla crisi di proporzioni senza precedenti. E’ sotto gli occhi di tutti che, salvo interventi forti che purtroppo stentano a vedersi, la nostra Regione sia ad un passo dal baratro economico e sociale. Ed i dati recentemente pubblicati dall’Istat sulla disoccupazione non lasciano spazio ad interpretazioni: è il nostro territorio quello che registra il più alto tasso di disoccupazione tra uomini, donne e giovani con punte anche del 50% nella Piana di Gioia Tauro.
Tuttavia, ciò che agghiaccia maggiormente, è la consapevolezza che i dati pubblicati dall’ISTAT siano poco rappresentativi della situazione reale, ben peggiore, in cui versano le nostre famiglie.
Un tasso di occupazione al 42% (pubblicazione ISTAT) dovrebbe quantomeno certificare che una porzione, seppur esigua, di lavoratori calabresi usufruisca di un contratto di lavoro regolarmente retribuito. Niente di più falso!
Chi un contratto di lavoro regolare ce l’ha:
– percepisce effettivamente quanto previsto in busta paga?
– Presta realmente 8 ore al giorno di lavoro per un massimo di 40 ore settimanali?
– Gli straordinari, le ferie e il tfr, vengono riconosciuti?
E le nostre aziende:
– Sono in grado di remunerare stipendi in linea con la media nazionale?
– Sono nelle condizioni di rispettare ACCORDI COLLETTIVI NAZIONALI?
E’ questo lo scempio sociale che si nasconde dietro i dati dell’Istat: un esercito di famiglie che, DA SEMPRE, tirano a campare con dignità con 400-500 euro al mese nel silenzio agghiacciante e sconvolgente delle istituzioni locali (e dei sindacati in primis) e una miriade di imprese calabresi strozzate da un costo del lavoro totalmente inappropriato alle caratteristiche e ai disagi cronici in cui versa il nostro povero territorio.
Spesso, si è soliti associare i mali della Calabria al “sistema” che non funziona e che, come un male oscuro e astratto, avvolge la nostra terra. A un passo dal baratro, è arrivato il momento di chiamare per nome il sistema responsabilizzando chi ha il diritto di salvaguardare l’equilibrio sociale.
Per questo chiedo
ai sig.ri segretari dei sindacati della confederazioni della Piana di Gioia Tauro:
cosa dovrà succedere per comprendere che non sono solo uomini “neri” della Piana a lavorare da sempre per MENO di 30 euro al giorno, in nero o a contratto part-time (per 12 ore di lavoro) disconoscendo orari e riposi oppure controfirmando buste paga regolari in cambio di molto meno? Possibile che, dopo decenni di radicamento sul territorio, riusciate a “vedere” e battervi solo per i diritti di quei pochi privilegiati lavoratori, gli “amici degli amici”, figli e nipoti di politici e amministratori locali, “sistemati” presso il Porto di Gioia Tauro o società miste (Piana Ambiente, Linee Taurensi, etc.) che un lavoro regolare a tutti gli effetti lo hanno?
Alle associazioni di categoria aziendali:
come è possibile che, operando in un mercato dove per essere “in regola” è necessario dover fronteggiare un costo del lavoro degno dei migliori gruppi industriali del nord, non ci si è mai battuti per una deroga all’applicazione dei contratti collettivi nazionali che sono totalmente INADEGUATI e INSOSTENIBILI per un territorio come il nostro tormentato da ‘ndrangheta, carenze infrastrutturali, concorrenza sleale ed isolamento geografico?
Ai sig.ri politici locali, regionali e nazionali:
è forse il clientelismo che voi stessi regolate a rendervi ciechi innanzi allo sfascio sociale di migliaia di lavoratori che, ricchi di dignità, si ritrovano costretti a barattare i propri giorni di riposo con ulteriori “lavoretti” serali per garantire una vita dignitosa alla propria famiglia? Possibile siate rimasti scioccati innanzi alla sensazionale “scoperta” di uomini di colore costretti a lavorare nelle campagne della Piana di Gioia Tauro per misere “25-30” Euro giornaliere non accorgendovi invece che a vivere in condizioni di schiavitù, DA SEMPRE, sono i vostri stessi elettori?
Basta con i protocolli d’intesa, con le manifestazioni di piazza e con inutili tavoli di concertazione.
E’ improponibile pensare di poter sconfiggere la criminalità dilagante, male principale della Calabria, senza adeguati interventi dedicati alla “regolarizzazione” dei posti di lavori esistenti e alla creazione di nuovi tali da indurre un giovane a preferire un lavoro onesto all’attività di SPACCIATORE o ESTORSORE che permetta di programmare un futuro “senza precedenti”.
E’ giunto il momento di sedersi attorno allo stesso tavolo e agire, partendo dalla constatazione comune che è l’ABBATTIMENTO DEL COSTO DEL LAVORO, indistintamente per tutte le aziende e categorie di lavoratori per una durata minima di 10 anni (non borse lavoro o altri strumenti temporanei), l’unica via d’uscita RAGIONEVOLE dal torpore sociale ed economico.
Agendo in un contesto dove non esistono prospettive di medio – lungo periodo e le intimidazioni sono all’ordine del giorno, come possono la miriade di micro-aziende calabresi disseminate sul territorio rispettare accordi collettivi nazionali senza alterare l’equilibrio finanziario? Sono nelle condizioni di corrispondere compensi regolari?
Sebbene bisogna ammettere la presenza capillare di pseudo – imprenditori che senza scrupolo e senza anima riconoscono lo sfruttamento quale forma di profitto lecita, è evidente che le nostre imprese sono costrette ad affrontare un costo del lavoro inadeguato per un contesto economico che si contraddistingue per CARENZE INFRASTRUTTURALI, MALAVITA e soprattutto ISOLAMENTO GEOGRAFICO: salvo pochi casi di eccellenza nazionale, i nostri prodotti trovano difficoltà ad essere venduti fuori dai confini regionali perché inevitabilmente più costosi.
Cosi come la Fiat è andata in deroga al contratto metalmeccanico nazionale per evitare di abbandonare gli stabilimenti Italiani, è necessario che tutto il sistema Calabria deroghi dai contratti collettivi per evitare di FALLIRE. Non siamo al nord, non viviamo in un contesto industrializzato.. E’ necessario dotare le nostre aziende degli strumenti economici adeguati per mitigare l’incidenza dei fattori di costo quali per esempio quelli di trasporto che sosteniamo per commercializzare i nostri prodotti fuori regione e all’estero.
Inoltre, solo l’abbattimento del costo del lavoro e l’applicazione di vincoli meno stringenti rispetto ai contratti collettivi nazionali, spingerebbe indistintamente tutte le aziende alla regolarizzazione del lavoro e alla corresponsione di retribuzioni adeguate ai dipendenti che inevitabilmente rilancerebbe la domanda interna di beni e quindi il livello dei consumi che, ad oggi, è ai minimi storici.
E’ assurdo pretendere di poter risollevare le sorti della nostra regione e di abbattere il degrado sociale se si finge di ignorare la cruda realtà dei fatti che lacera giorno dopo giorno uno dei principi fondamentali su cui dovrebbe basarsi la crescita sociale di una comunità: il lavoro!E’ giunto il momento di guardare in faccia la realtà e di affrettarsi prima che nella Piana di Gioia Tauro si racconti di un’altra rivolta!
Samuele Furfaro
Imprenditore




