La buona annata

Un racconto di Annamaria Calderazzo

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Quel viale era l’unica strada percorribile che conduceva al vitigno. Le traverse interne, invece, ospitavano spesso ampi terreni per la coltivazione ed una moltitudine di casette coloniche che negli anni si erano trasformate in vere e proprie case, con la fortuna di avere provenienza antichissima. In origine, prima di rimanere disabitate, ospitavano anche due famiglie. A tratti, la strada era costeggiata da imponenti alberi, che emanavano un ammaliante profumo. L’aria era frizzantina, quasi a voler preannunciare la fine dell’estate, che pure tardava.

Con in mano taccuino e cappello, salutai il custode delle cantine, Pasqualino, che nel vedermi arrivare di buon mattino, mi preparò del latte con gli avanzi di pane della sera, servendolo sul tavolo della piccola cucina. Lì, di solito ci si sedeva per ragionare sui conti da aggiustare e sulle scelte che si sarebbero dovute effettuare. Purtroppo, quell’annata non aveva dato i frutti sperati.  

Io non dormivo. Sentivo addosso la colpa di non aver seguito accuratamente i miei uomini, perché preso da altre vicende … “leggere”, direi!

 Mi ero innamorato perdutamente, tra un bicchiere di vino e l’altro, oserei dire!

Già!! Il vino mi aveva dato alla testa. Ma ormai, era tempo di pensare alla nuova vendemmia.

«Non fatemi brutti scherzi. Non partirete mica per un lungo viaggio anche quest’anno?», disse Pasqualino, con voce gagliarda. Gli risposi: «No, mio caro e vecchio amico. Non me lo perdonerei.  Piuttosto, hai notizie che mi riguardano?»

 Lui: «Ieri è passata una signora chiedendo di Voi.  Bella, mora e dal sorriso seducente. Quando le risposi che eravate appena andato via, si rattristò. Se ne andò dicendo che sarebbe ripassata non appena avrebbe finito il lavoro nei campi. Un altro calice di vino che vi darà alla testa, scommetto! Abbiate cura di voi e dei vostri vigneti. Don Ignazio, vostro padre, ne era orgoglioso. Nell’assaggiare gli acini diceva che era l’oro rosso della nostra terra. Aveva investito tutto ciò che possedeva per questi vigneti. Si sposò con donna Sara, vostra madre, che lo sostenne nell’attività sin da subito. Poi, ricordo che sono nate le vostre sorelle: Clelia, Matilde e Benedetta … e voi per ultimo. È su di voi che hanno riposto tutte le loro speranze! Avete un’età matura. Capisco che la carne è debole, ma non trascurate ciò che di prezioso avete ereditato».

«Pasqualino, cercherò di fare il mio meglio. Tu sei uno di famiglia … E non ti deluderò!»

Dopo mesi di intenso lavoro, le vigne tornavano a circondarsi di luce intensa.  Fu una delle annate più proficue.

 La mattina in cui aprimmo una bottiglia di rosso, dopo l’ultima spedizione inviata, mi fu consegnata una lettera dal postino. Vi era scritto: «Congratulazioni per il  lavoro da te svolto. In paese tutti ne parlano. Devo dire… apprezzato da tutti. Lo descriverei… Persistente, come il tuo profumo che durò a lungo su di me… Floreale, come il profumo di fiori che mi ricorda quei giorni… Tannico, rosso, dal gusto astringente, come il nostro amore, ancora troppo giovane».

Avrei mandato tutto all’aria per lei.

La richiusi, sicuro della scelta fatta.