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Iran, ingerenza e diritti umani: il dilemma della comunità internazionale

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In questo articolo, Parand Azizi affronta uno dei nodi più complessi della crisi iraniana: il rapporto tra sovranità nazionale, tutela dei diritti umani e ruolo della comunità internazionale. Le posizioni espresse da alcuni gruppi della sinistra iraniana e globale, contrari a qualsiasi forma di sostegno esterno alle mobilitazioni nel Paese, si inseriscono in un quadro geopolitico e giuridico articolato, dove principi consolidati e nuove dottrine si confrontano con la realtà di un sistema multilaterale spesso paralizzato. L’analisi di Azizi ricostruisce questo scenario, mettendo in luce tensioni, precedenti storici e implicazioni che vanno ben oltre i confini dell’Iran.

Negli ultimi mesi, alcuni gruppi della sinistra iraniana e internazionale hanno ribadito la necessità di evitare qualsiasi forma di ingerenza straniera nel sostegno al popolo iraniano e alle mobilitazioni in corso nel Paese. Questa posizione, secondo diversi osservatori, è influenzata da un approccio tradizionalmente critico verso gli Stati Uniti e, in alcuni casi, da una distanza politica nei confronti del principe Reza Pahlavi, figura che una parte dell’opposizione considera come possibile punto di riferimento.

All’interno del dibattito iraniano, tali gruppi sono spesso associati a storiche correnti della sinistra nazionale – dal partito Tudeh ai movimenti separatisti del passato, fino ai Mujahedin del Popolo – realtà che hanno avuto un ruolo controverso nella storia politica del Paese. Sebbene alcuni esponenti di queste correnti siano oggi oppositori del regime e talvolta definiti “prigionieri politici”, una parte significativa dell’opinione pubblica iraniana tende a considerarli poco rappresentativi. All’estero, invece, la loro immagine può risultare più positiva, anche grazie al sostegno di reti internazionali e organizzazioni per i diritti umani.

Sul piano globale, una parte della sinistra internazionale mantiene una posizione contraria a un eventuale sostegno statunitense o occidentale alle proteste iraniane. Le motivazioni variano: dall’antiamericanismo storico a una lettura restrittiva del principio di sovranità statale, fino a una conoscenza non sempre approfondita del diritto internazionale.

Il quadro giuridico internazionale è complesso. L’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite vieta l’uso della forza, salvo nei casi di legittima difesa (articolo 51) o con autorizzazione del Consiglio di Sicurezza. Tuttavia, dagli anni Duemila si è sviluppata la dottrina della “Responsabilità di Proteggere” (Responsibility to Protect – R2P), formalizzata nel rapporto della Commissione Internazionale sull’Intervento e la Sovranità Statale (2001) e ripresa nella Risoluzione 60/1 dell’Assemblea Generale (2005). Secondo questa impostazione, quando uno Stato non è in grado o non vuole proteggere la propria popolazione da crimini gravi – come genocidio, pulizia etnica o crimini contro l’umanità – la comunità internazionale ha la responsabilità di intervenire, privilegiando strumenti diplomatici e solo in ultima istanza l’uso della forza.

L’intervento militare, tuttavia, richiede normalmente l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, un passaggio che nel caso iraniano appare difficilmente realizzabile a causa del probabile veto di Russia e Cina. In situazioni di paralisi del Consiglio, alcuni giuristi – da Ugo Grozio a studiosi contemporanei come Antonio Cassese e Alan Platt – hanno sostenuto la possibilità di interventi “illegali ma legittimi”, purché ricorrano condizioni molto stringenti: la presenza di crimini gravi e sistematici, l’inefficacia degli strumenti diplomatici, l’urgenza dell’intervento e una ragionevole probabilità di successo con rischi limitati per i civili.

La storia recente offre diversi precedenti di interventi non autorizzati dal Consiglio di Sicurezza ma successivamente giustificati sul piano politico o morale: il Kosovo nel 1999, il Bangladesh nel 1971, la Cambogia nel 1978-79 e l’Uganda nel 1979. In tutti questi casi, la comunità internazionale ha riconosciuto retrospettivamente la gravità delle violazioni dei diritti umani e la difficoltà di ottenere un mandato ONU.

Il dibattito sull’Iran si inserisce dunque in un contesto più ampio, in cui si confrontano due principi fondamentali del diritto internazionale: da un lato la sovranità statale, dall’altro la tutela dei diritti umani. La scelta tra il rispetto formale delle procedure e la possibilità di un intervento umanitario non autorizzato rimane uno dei nodi più controversi della politica internazionale contemporanea, con implicazioni che possono incidere sulla vita di migliaia di civili.