Nell’ambito delle Giornate Europee del Patrimonio 2026, la Città di Palmi ha ospitato l’ottava edizione del BRIA FEST. L’evento scientifico e culturale si è svolto il 27 settembre alle ore 18:00 nella cornice del Parco Archeologico dei Tauriani.
Cuore della manifestazione è stata la conferenza dal titolo “Ridisegnare l’invisibile: proporzione, geometria e tecniche di trasposizione negli affreschi della cripta di San Fantino a Taureana di Palmi”, un fondamentale momento di divulgazione e di condivisione degli studi dedicati alla riscoperta dei preziosi dipinti murali dell’ipogeo di San Fantino.
I lavori sono stati aperti dai saluti istituzionali dei rappresentanti dell’Amministrazione comunale di Palmi e del sito archeologico. Sono intervenuti: Carmelo Ciappina, Assessore alla Cultura, che ha portato anche il saluto del Sindaco Giovanni Calabria, e Concetta Saffioti, per Andrea Gennaro, Direttore del Parco Archeologico dei Tauriani.
IL BRIA FESTIVAL s’inserisce nel BRIA ROUTE, il cui obiettivo è far dichiarare ufficialmente dal Consiglio d’Europa il patrimonio bizantino quale eredità d’interesse culturale universale.
La relazione principale è stata tenuta da Anna Arcudi, funzionaria restauratrice conservatrice del Ministero della Cultura, che ha guidato il pubblico in un percorso tecnico e critico tra le tecniche di trasposizione e i segreti costruttivi degli affreschi e della cripta di San Fantino.
Dalla visione delle immagini proiettate è stato ancora una volta confermato come anche attraverso l’arte sia possibile scrivere la carta d’identità di un popolo e quella delle popolazioni succedutesi nei secoli sul pianoro di Taureana e nelle zone limitrofe è una storia di relazioni, stratificazioni e interazioni che hanno formato l’identità culturale della Calabria.
La cultura bizantina è una scoperta piuttosto recente nella storia dell’arte, soprattutto grazie all’acume di Paolo Orsi, che l’ha emancipata dal ruolo cadetto in cui era stata relegata fino all’Ottocento.
La Cripta di San Fantino conferma che il luogo di culto rivestiva un ruolo centrale in tutta l’epoca bizantina e gli studi condotti sugli affreschi consegnano tracce di popolazioni colte, ricche, raffinate, che investivano nell’arte e nell’abbellimento dei luoghi sacri. Le tecniche utilizzate e i materiali impiegati si rivelano come un unicum: il colore blu utilizzato sullo sfondo della parete sud della cripta non ha repliche in Italia. È un fondo di lapislazzuli proveniente dall’Iran, visto dalla restauratrice solo in Cappadocia, che lascia intendere l’importanza della committenza. È particolare anche il colore verde usato per dare profondità, che verrà utilizzato più tardi anche da Giotto; tutto consente di fare ipotesi sulla circolarità delle tecniche usate e sulla connessione territoriale con altri contesti nazionali.
L’eredità bizantina, attraverso lo studio degli affreschi della cripta, si rivela dunque una fondamentale tessera nella ricostruzione del passato della terra calabra, un passato glorioso e di primo piano, da riscattare dall’oblio in cui è stato ingiustamente relegato nel tempo, per tramandarlo orgogliosamente come patrimonio universale.





