E’ morto questa mattina a Gioia Tauro Michele Marino.
Aveva 90 anni, si era laureato in Ingegneria a Torino dove ha vissuto fino al 1991. Dopo la pensione, insieme alla moglie è tornato a Gioia Tauro.
Attraverso i suoi scatti ha raccontato i cambiamenti della sua città che amava profondamente.
Ha pubblicato molti libri su Gioia Tauro e ha combattuto numerose battaglie culturali per preservarne il patrimonio storico culturale.
Ha aiutato negli ultimi anni Sante Pellicanò a dare vita al Pelmar, il mini museo della tradizione locale.
La redazione di inquietonotizie.it ha deciso di ricordarlo attraverso alcuni dei suoi scatti e riportando una intervista di Lucio Rodinò, pubblicata nell’agosto del 2006 dal Quotidiano della Calabria.
dal Quotidiano della Calabria del 20 agosto 2006:
di Lucio Rodinò
Tra gli angoli di Gioia, sputnik e Piano delle fosse
Con una serata dedicata al centro storico di Gioia si è conclusa la manifestazione “Windows-Finestre”. Al termine abbiamo contattato Michele Marino, autore di numerose pubblicazioni sulla città, per fare una chiacchierata in relazione al suo intervento.
Che trattamento ha ricevuto nel corso degli anni l’antico borgo?
“Le racconto un aneddoto significativo. Negli anni cinquanta furono lanciati nello spazio satelliti artificiali. Il primo ad orbitare intorno al globo terrestre fu denominato “Sputnik”. L’importante impresa rese quel nome quasi un luogo comune, spesso ricorrente nei discorsi della gente. Così un giorno un amministratore comunale del tempo, con cui si parlava di problemi relativi al degrado del Piano delle Fosse disse che avrebbe risolto la questione chiedendo allo Sputnik di lasciare cadere sul quartiere un ordigno in modo da spianarlo completamente e poter piantare al suo posto un giardino. Scherzava, naturalmente, ma la battuta può servire a farsi una idea della considerazione in cui era tenuto il Piano delle Fosse. Il borgo, in quegli anni, fu brutalizzato con abusi di ogni genere e fu il trionfo del kitsch e dell’incultura”.
Il Piano delle Fosse è sempre stato trattato in modo così maldestro?
“No, negli anni successivi maturò, per fortuna, una coscienza civica in grado di comprendere il valore dell’antico borgo. Questa nuova consapevolezza portò al recupero di Palazzo Baldari (opera eseguita in maniera lodevole) ed alla ripavimentazione della via principale (operazione questa eseguita non altrettanto lodevolmente), mentre si cercò di rivitalizzare il quartiere con una serie di iniziative, di cui ricordiamo tra le più importanti l’annuale “Gioia da vivere”. Purtroppo negli anni novanta venne inferta una nuova grave offesa al Piano delle Fosse. Un gruppo di case rese fatiscenti dall’incuria e dall’abbandono vennero abbattute. Si creò, con questo sventramento, un enorme spiazzo che stravolse l’armonia della struttura urbanistica medioevale. Compiuto il misfatto, cosa farne di quello spazio così mortificante? Se ne sentirono di tutti i colori: si vide anche un tentativo di aiuole; si pensò a un giardino, ma sarebbe stato un controsenso storico-ambientale perché i centri medioevali non contemplavano zone verdi pubbliche. Alla fine fu pavimentato e usato per ignobile parcheggio. Da lì in poi si radicò la convinzione che il problema delle case abbandonate al degrado si risolve facilmente con l’abbattimento. Si vanno creando, in questo modo, aree vuote: lacerazioni che fanno apparire il borgo come un corpo squarciato da numerose ferite. Viene allora in mente l’aneddoto dell’assessore e ciò che lo Sputnik avrebbe dovuto fare in un sol colpo, ora lo si sta facendo gradualmente, così quella che una cinquantina di anni fa era una semplice battuta rischia di diventare una tragica realtà”.
Si può salvare ancora il Piano delle Fosse?
“Si, ma occorre che non avvengano altri “crolli” e ripristinare, con appropriate costruzioni che rispettino le superfici e i volumi dei fabbricati crollati, l’impianto urbanistico originale, però almeno due (vico Largo II n9 e via Portello) dovrebbero essere ricostruiti come erano perchè ricordano la tipologia della casa medioevale”. Che valore avrebbe per la città il recupero del borgo? “Un Piano delle Fosse recuperato significherebbe, per primo, un doveroso rispetto per le cose e le situazioni del passato, secondo, poter disporre di un patrimonio storico-culturale congiunto ad una potenziale risorsa turistica, infine un segno di civiltà ricordando con Proust che «Un paese civile è tale non tanto per le opere che ha prodotto, quanto per come è riuscito a conservarle»”.




