sabato, 14 Marzo, 2026
11 C
Palmi
Home Altre Notizie Don Francesco alle famiglie gioiesi: «siete state il mio tesoro e la...

Don Francesco alle famiglie gioiesi: «siete state il mio tesoro e la mia sicurezza. La città la mia sposa»

0
1306
don Francesco Laruffa
don Francesco Laruffa

don Francesco Laruffa
don Francesco Laruffa
GIOIA TAURO – Da settembre sarà coparroco, alla fine di luglio ha deciso infatti di dimettersi da parroco dopo 51 anni alla guida della comunità di S. Ippolito martire a Gioia Tauro. Don Francesco Laruffa è entrato indiscutibilmente nella storia della città che ha accompagnato e sostenuto per un tratto di strada lungo oltre mezzo secolo. A circa due settimane dal passaggio di consegne con don Antonio Scordo, il suo successore, Inquietonotizie ha deciso di incontrarlo per una intervista.
L’appuntamento è nell’ufficio parrocchiale, e lo troviamo in un pomeriggio di agosto, gioioso e molto disponibile alla conversazione. Fa una sola raccomandazione. Vuole parlare della città di come è cambiata, di cosa è necessario per crescere e migliorare. E inizia, da osservatore e memoria storica di Gioia Tauro, a raccontarsi e raccontare.

«La città è come popolo in cammino – afferma don Francesco- un popolo che non è una categoria logica, è una categoria mistica. La città negli anni è cambiata, peggiorata, migliorata per questa città ci vorrebbe un libro. Grande porto e piccola piana Gioia Tauro, la regina dei mari. Dovendo riflettere, ci si trova con due coppie di concetti: una geografia e una storia, una decisione e un destino comune. Ciò che è comune può essere di tutti e di ciascuno. E’ importante sapere che una città cresce solo se c’è cultura e memoria.

A Gioia è forte la presenza della ndrangheta. Ha incontrato difficoltà da questo punto di vista? Qual è a suo parere l’atteggiamento che la chiesa dovrebbe tenere sul tema della legalità?

«È vecchia e nuova la mafia, il demone della follia. Non è un mistero. Io non ho incontrato nessuna difficoltà. Non ho bisogno di dire che sono un uomo antimafia, sono un prete e basta. Con fervida, assidua preghiera e con rinnovato spirito di penitenza, di giustizia e di carità, con il mio popolo si implora l’aiuto del Signore affinché, uscendo finalmente dall’attuale grave mortificante situazione di insicurezza paura, timore e inquietudine si ritorni alla Pasqua del Signore. Questi i miei regali. Questa la testimonianza cristiana che è la forma con cui la verità di Dio e la libertà dell’uomo si incontrano nel vissuto quotidiano di ogni persona».

Racconta di sé don Francesco, di questi anni trascorsi, dei momenti felici e di quelli più difficili e confessa “non si è trattato di difficoltà, ma di sapere chi è il mio prossimo e di come costruire la civiltà dell’amore. Sta a noi, tutti”.

Lui, di origine palmese e cittadino onorario gioiese, racconta del suo impegno in parrocchia e in città, ricordando i momenti più belli.

«Gioia e dolori non possono mai mancare, fanno parte dell’essere umano. Ho vissuto tante generazioni, una dopo l’altra, con grande passione. Insegnamento della religione per circa quaranta anni, la vicepresidenza a scuola per molto tempo, i discorsi con le famiglie e con gli insegnanti, l’insegnamento non scolastico per l’evangelizzazione della cultura. Con semplicità parlando tra i banchi di scuola e fuori. Stare con i ragazzi era un amore. La città è stata una sposa e così la Chiesa. Avevo la possibilità di lasciare la parrocchia, per stare vicino al vescovo Benigno Luigi Papa, lavorando con lui. L’ho ringraziato, commosso dicendo: “Eccellenza, mi moltiplicherò per lavorare con voi, ma la parrocchia non mi sento di lasciarla. Per amore».

Quali i traguardi di cui è più fiero e quali invece i limiti della società civile che non è riuscito a modificare come avrebbe voluto?
«Non ho mai pensato di correre ai traguardi. La mia “ dottrina” non è mia ma di colui che mi ha mandato. Perché te ne curi. Sono attenzioni che Dio dedica all’uomo a meravigliare l’autore del salmo. Le sacre scritture riassumono questo atteggiamento in una sola parola: Amore. La situazione attuale ci preoccupa, ma non dobbiamo dimenticare che il male irrompe e mette radici dentro di noi, solo quando non riusciamo a trovare le risposte che cerchiamo. Nella cultura globalizzata in cui viviamo approdano sulle nostre rive i relitti di quella che alcuni hanno definito “cultura del naufragio” ovvero una commistione di elementi della modernità, che si allontana e della posterità che guadagna terreno. L’uomo di oggi vive in una condizione di sradicamento e abbandono, dovuto al suo stesso desiderio smisurato di autonomia, lascito della modernità, e alla perdita del sostegno di una entità che trascende».

Ha un quadro chiaro di quella che è la situazione attuale della città e avanza la sua proposta:

«Dobbiamo diffondere la cultura dell’incontro. Non dobbiamo mai smettere di guardare ai volti sofferenti, deboli angosciati; ricercare, studiare, lavorare e agire di più. La donna e l’uomo devono essere al centro dei nostri pensieri. Educare. Non si può educare senza memoria. La memoria è una potenza unitaria e integratrice. Una famiglia senza memoria non è degna di tale nome. Se non rispetta e cura gli anziani è una famiglia disintegrata. Gli anziani sono i custodi della memoria. Siamo circondati da una memoria malata, opaca, distratta. Tutto ciò oscura e nega la storia».

I suoi occhi tradiscono l’emozione quando il discorso cade sui gioiesi e sulle famiglie che in questi anni ha incontrato riuscendo a coglierne le gioie e i problemi.
«Le numerose famiglie sono state il mio tesoro, la mia sicurezza, la mia pace, il mio conforto. Ho sentito sempre il desiderio di mettermi in dialogo con la mia gente. E lo faccio rendendo grazie a Dio per i doni e le opportunità. Sono nato per educare. Nessuno si salva da solo. Come è bello navigare in mare aperto. Il maestro conosce ogni dettaglio della stanza al piano superiore della casa dove sta per donarsi come pane di vita per ognuno di noi».

Infine decide spontaneamente di farci una confessione, di esporci il suo punto di vista riguardo la sua attività di giornalista in parrocchia e fuori. E ci confida un po’ del suo rammarico.

«Mi sono dato al giornalismo fin dal seminario regionale di Reggio Calabria. Una vocazione. Ho studiato, ho lavorato con l’Avvenire di Calabria, iscritto all’Ordine. Da oltre 15 anni, ho fondato un mensile di 4 pagine “ Il progresso”. Sono direttore. Tutto in regola. Seicento copie ogni mese. Si parla di evangelizzazione, di cultura, di catechesi, di interessi sociali e politici. Il Progresso è gratuito, ma è costoso e laborioso. È importante per incontrarci con la gente, leggere, giudicare è un legame tra il popolo credente e non credente, per guardarci negli occhi. Purtroppo fatica sprecata. Il Progresso che è storia e cultura, almeno per la chiesa, non si legge. Si guardano le figure e basta. Mancanza di cultura di base, mancanza di rapporti umani e sociali, mancanza di cultura e memoria. Qui ognuno va per la propria strada. Vi sono dei “vuoti” spaventosi, vuoti politici, di senso. Vuoti di fede vissuta di solidarietà e fraternità. Una città di ventimila abitanti allo sbaraglio, commissariata. Nessuno parla a voce alta e sincera»

Don Francesco rappresenta ormai parte inscindibile di questa città, con i suoi ricordi e il suo operato, ma anche con la cultura e la memoria che con tanta passione vuole custodire per una vera crescita della città.
Angela Angilletta