Era il 9 maggio 1950 quando Robert Schuman pronunciava il suo famoso discorso nella Sala
dell’Orologio del Ministero degli Esteri francese, ponendo le basi di ciò che sarebbe stata la prima
cellula di quell’Unione Europea che noi oggi conosciamo e di cui oggi si celebrano i 76 anni dalla
nascita morale.
La dichiarazione di Schuman si poneva come obiettivo la realizzazione della pace ed esordiva con
una riflessione, che assumeva i contorni più di un’esortazione, che di una mera valutazione
retrospettiva: “la pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi,
proporzionali ai pericoli che la minacciano”.
Settantasei anni dopo quello che è conosciuto anche come il Discorso dell’orologio, la pace non
sembra essere più l’obiettivo cui auspicavano i Padri fondatori dell’Europa.
È pur vero che in un altro passaggio di quel discorso si affermava: “l’Europa non potrà farsi in una
sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino
anzitutto una solidarietà di fatto” e se quanto ai tempi e alle modalità di realizzazione le parole di
Schuman furono profetiche, ancora oggi l’impalcatura istituzionale scricchiola per la carenza di
strumenti che realizzino una solidarietà concreta fra Nazioni.
Occorre, innanzitutto, chiedersi se quello della solidarietà possa essere uno dei principi cardine
degli atti costitutivi dell’Unione Europea o piuttosto una bussola da seguire per orientare la
navigazione; la scelta è sostanziale, perché nel primo caso la solidarietà è vincolante per l’agire, nel
secondo essa assumerebbe il rango solo di principio ispiratore, seppur di qualificato valore morale,
vista la sua illustre paternità.
Nei fatti, la solidarietà sembrerebbe essere stata degradata a criterio regolatore delle attività di
settore dalla cui normativa è richiamato, consentendo ora di normare in via preventiva i rapporti fra
gli Stati membri, fungendo ora da “calmieratore” delle difficoltà che alcuni Stati incontrano
nell’applicazione della normativa, assumendo, infine, funzione assistenzialistica tra gli Stati in casi
di emergenza.
Ma in questo scenario, che ruolo riveste la Pace? Da fine ultimo è diventato l’ultimo fine?
Serpeggia una sensazione mista fra confusione e disinteresse, in cui il lascito derivante dal tragico
epilogo del secondo conflitto mondiale è stato dissipato da interessi più contingenti e concreti e
anche il peso della tragicità delle guerre in Ucraina, nella striscia di Gaza e in Iran è vissuto con la
lente del pericolo per il crollo economico piuttosto che con la preoccupazione che la solidarietà,
come valore più che come criterio, avrebbe innescato.
Dobbiamo domandarci cosa resta oggi di quell’Europa che attraverso la cooperazione
internazionale si proponeva un progetto ambizioso, ma che è diventato nel tempo una realtà
fruttifica, tanto da ricevere nel 2012 il Premio Nobel per la pace, per aver contribuito, “per oltre sei
decenni, all’avanzamento della pace, della riconciliazione, della democrazia e dei diritti umani in
Europa”.
Quella stabilità interna che è oggi il punto di forza dell’Unione Europea, sul piano delle relazioni
diplomatiche e dei rapporti con le altre realtà internazionali sembra mancare ancora di solidità e di
incisività. Si profilano, in questo anniversario, nuove sfide che, richiamando Schuman, fanno parte
di quel lento viatico che, nel tempo, completerà la costituzione e rafforzerà identità e ruolo
dell’Europa, “unita nella diversità”.





